Massimo Battaglio

Abitare la terra
Attualità e riflessioni

Sciatteria urbana e cartolarizzazione della bellezza

“La bellezza dura poco. Prima o poi spunterà una norma o un funzionario che che costringerà a rimuoverla”.

Lo diceva Roberto Gabetti a lezione, nei miei anni dell’università. E dispiace constatare che, dopo più di vent’anni, questa massima è sempre più vera.

Regolamenti

I regolamenti che avrebbero il compito di salvaguardare la bellezza pubblica sono vecchi. O si limitano a tutelare l’antico disinteressandosi di tutto ciò che ha meno di un secolo, o si concentrano sul tema dell’occupazione del suolo senza pensare che il panorama ha anche una dimensione verticale.

Non che siano regolamenti sbagliati o in malafede. Quelli di Torino, per esempio, pensati intorno al 2000 in occasione della pedonalizzazione delle piazze storiche, tendono a favorire la partecipazione dei cittadini alla riqualificazione e al ripopolamento di spazi che erano ormai diventati poco più che svincoli stradali. Con questo intento, pongono meno divieti possibile e istituiscono prassi collaborative tra privati proponenti e uffici comunali. E hanno, di buono, la caratteristica di sganciare l’argomento dalla discrezionalità politica. Chiunque, animato da qualsiasi intenzione, può accedere all’uso di una piazza semplicemente rispettando alcuni parametri tecnici.

In questo intento, bisogna riconoscere che si è riusciti perfettamente. Oggi, il problema è esattamente opposto. E’ quello di permettere la convivenza tra le varie manifestazioni che si svolgono contemporaneamente su piazze contigue o sulla medesima piazza. E tra queste e il pubblico, che ha ricominciato a riversarsi, sempre più copiosamente, nelle vie del centro. Pubblico che non ha nemmeno più bisogno di “eventi”, e che ha riscoperto il piacere della passeggiata, la bellezza dei rapporti umani tranquilli tra le bellezze storiche della città.

Ci sarebbe bisogno di nuovi regolamento, improntati a tutt’altri criteri. Per esempio, sarebbe utile sancire che in alcune piazze, i privati non possono svolgere manifestazioni che durano più di un giorno. Sarebbe necessario promuovere strumenti che tengano conto che qualunque oggetto che occupi il suolo, occupa anche il paesaggio. Anzi, come nel caso del manifesto “a tutta facciata” qui illustrato, occupa il paesaggio e deturpa l’architettura pur non occupando affatto il suolo.

Gestione dei regolamenti

Solo che i regolamenti si fanno in Comune, e chi conosce la fatica degli assessori delegati al Suolo Pubblico, sa che il loro non è un mestiere facile. E’ fatto di continue telefonate da parte di consiglieri comunali di ogni colore, nessuno escluso, che si sentono quasi in dovere di perorare la causa di questo o quell’altro “amico”, sperticandosi a dimostrare il presunto “interesse pubblico” dell’evento che vuole proporre, al fine di derogare a qualunque regolamento e ottenere molto più di quel che spetta. Pratiche già rifiutate perché completamente irricevibili e contrarie a qualunque norma, tentano di essere recuperate ricorrendo ai “santi in paradiso”. Personale che dovrebbe essere politico, si riduce con orgoglio a far da passacarte di clienti che promettono pacchetti di voti.

Torino, piazza Vittorio, 26 maggio 2017 – foto Diego Dal Colle

I corridoi dei municipi si sono ormai trasformati in corti dei miracoli, palestrine in cui si recita sempre la stessa parte: “piccoli corrotti crescono”. Perché, cari eletti, questa si chiama corruzione! Anche se non comporta mazzette! Anzi: è la corruzione idiota di chi non stabilisce nemmeno un prezzo equo per lasciarsi comprare. E’ la svendita gratuita del proprio ruolo; la prostituzione ai privati; la cartolarizzazione della democrazia!

Spesso, consiglieri e alti funzionari pretendono pure di tingersi di lungimiranza, accampano il nobile intento di fare cassa pubbliche. Niente di più falso, anche perché si sa benissimo che gli “amici” faranno danni maggiori di quanto hanno pagato.

Fallimenti

Le nostre piazze non sono più lo specchio di città vivaci e ricche di inventiva. Sono il palco osceno su cui tanti miseri potentati esibiscono la propria muscolarità attraverso il gigantismo di inutili allestimenti, finalizzati unicamente a celebrare la loro contiguità con la classe dirigente. E questa complicità richiede scenografie tanto più ingombranti quanto è più forte la loro familiarità con le stanze che contano. La negazione della bellezza, anzi, la bruttezza è quasi programmatica. Serve a ricordare che lo strapotere è volgare anche esteticamente. Serve a educare i cittadini alla sopportazione dell’ingiustizia. Il furto del panorama è metafora di quello dell’esistenza.

3 Comment

  1. Abbiamo creato un patrimonio paesaggistico unico al mondo per poi svenderlo e abbruttirlo per pochi spiccioli. Anche questo è il segno della decadenza di un paese.

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