Massimo Battaglio

Abitare la terra
Disegni e Fantasie

Su “Il Nome della Rosa”

Qualche tempo fa, su Radio 3, vi fu la lettura integrale de “Il Nome della Rosa”, il celebre romanzo di Umberto Eco. Ascoltando, mi è venuta la fantasia di disegnare il famoso “edificio” per capire meglio come fosse fatto. Poi ho esteso la ricerca alle altre parti del monastero. Un po’ appoggiandomi al racconto, e un po’ alla planimetria contenuta all’inizio del romanzo. Ho scoperto che la narrazione di Umberto Eco è abbastanza dettagliata da permetterne una ricostruzione in 3d. L’architettura che ne viene fuori, fatto salvo qualche piccolo problema dimensionale o di rapporti numerici, ha abbastanza senso. Può stare in piedi. Ecco i risultati:

L’abbazia

“Dopo il portale (che era l’unico varco nelle mura di cinta) si apriva un viale alberato che conduceva alla chiesa abbaziale. A sinistra del viale si stendeva una vasta zona di orti e il giardino botanico, intorno ai due edifici dei balnea e dell’ospedale ed erboristeria, che costeggiavano la curva delle mura. Sul fondo, a sinistra della chiesa, si ergeva l’Edificio, separato dalla chiesa da una spianata coperta di tombe… A destra della chiesa si stendevano alcune costruzioni che le stavano a ridosso, e intorno al chiostro: il dormitorio, la casa dell’Abate e la casa dei pellegrini a cui eravamo diretti e che raggiungemmo traversando un bel giardino. Al di là di una vasta spianata, lungo le mura meridionali e continuando a oriente dietro la chiesa, una serie di quartieri colonici, stalle, mulini, franto i, granai e cantine, e quella che mi parve essere la casa dei novizi”.

L’edificio

“Era una costruzione ottagonale che a distanza appariva come un tetragono (figura perfettissima che esprime la saldezza e l’imprendibilità della Città di Dio). I lati meridionali si ergevano sul pianoro dell’abbazia. Quelli settentrionali sembravano crescere dalle falde stesse del monte, su cui s’innervavano a strapiombo. Tre ordini di finestre dicevano il ritmo trino della sua sopraelevazione, così che ciò che era fisicamente quadrato sulla terra, era spiritualmente triangolare nel cielo. La forma quadrangolare generava, a ciascuno dei suoi angoli, un torrione eptagonale, di cui cinque lati si protendevano all’esterno”

Al piano terra

il refettorio e le cucine, al primo lo scriptorium e all’ultimo la biblioteca

Al primo piano

Da “Il Nome della Rosa”: La cucina occupava solo la metà occidentale del primo piano. Nella seconda metà vi è il refettorio. E dalla porta meridionale, a cui si arriva passando dietro il coro della chiesa, vi sono due portali che recano e alla cucina e al refettorio.

Salimmo allo scriptorium

“Il secondo piano non era bipartito come quello inferiore e si offriva quindi ai miei sguardi in tutta la sua spaziosa immensità”

La bilioteca

“è un labirinto”

Dal basso

“in certi punti sembrava che la roccia si prolungasse verso il cielo e diventasse a un certo punto mastio e torrione”

Il refettorio

 “era illuminato da grandi torce. I monaci sedevano lungo una fila di
tavole, dominata dal tavolo dell’Abate, posto perpendicolarmente a essi su una vasta pedana”.

La cucina

“Era un immenso androne pieno di fumo, dove molti famigli si affrettavano a disporre i cibi per la cena. In corrispondenza al torrione occidentale si apriva un enorme forno per il pane che balenava di fiamme rossastre. Nel torrione meridionale, un immenso camino su cui bollivano dei pentoloni e giravano degli spiedi”

Il pozzo di luce

“l’Edificio generava al suo interno, e per tutta la sua altezza, una corte ottagonale. Come una sorta di gran pozzo, privo di accessi, su cui si aprivano a ogni piano ampie finestre, come quelle che davano verso l’esterno”

Lo scriptorium

Da “Il Nome della Rosa”: Le volte del secondo piano, curve e non troppo alte (meno che in una chiesa, più tuttavia che in ogni altra sala capitolare che mai vidi), sostenute da robusti pilastri, racchiudevano uno spazio soffuso di bellissima luce. Tre enormi finestre si aprivano su ciascun lato maggiore. Cinque finestre minori traforavano ciascuno dei cinque lati esterni di ciascun torrione. Otto finestre alte e strette, infine, lasciavano che la luce entrasse anche dal pozzo ottagonale interno.

La chiesa

Da “Il Nome della Rosa”: La chiesa non era maestosa come altre che vidi in seguito a Strasburgo, a Chartres, a Bamberga e a Parigi. Assomigliava piuttosto a quelle che già avevo visto in Italia, poco inclini a elevarsi vertiginosamente verso il cielo e saldamente posate a terra […] A un primo livello essa era sormontata, come una rocca, da una serie di merli quadrati, e sopra a questo piano si elevava una seconda costruzione, come una solida seconda chiesa, sovrastata da un tetto a punta e traforata di severe finestre. Robusta chiesa abbaziale come ne costruivano i nostri antichi in Provenza e Linguadoca, lontana dalle arditezze e dall’eccesso di ricami propri dello stile moderno. Solo in tempi più recenti si era arricchita, sopra il coro, di una guglia arditamente puntata verso la volta celeste.

 Il portale

Da “Il Nome della Rosa”: Due colonne diritte e pulite antistavano l’ingresso, che appariva a prima vista come un solo grande arco. Ma dalle colonne si dipartivano due strombature che, sormontate da altri e molteplici archi, conducevano lo sguardo, come nel cuore di un abisso, verso il portale vero e proprio, sovrastato da un gran timpano, retto ai lati da due piedritti e al centro da un pilastro scolpito, che suddivideva l’entrata in due aperture

Nella chiesa

“la lieve penombra che nella navata ora stava sostituendo il buio notturno”

Il capitolo

Da “Il Nome della Rosa”: era stato ricostruito in tempi recenti sulle spoglie di una primitiva chiesa abbaziale […] I membri di entrambe le legazioni si fronteggiavano su di una serie di scranni […] I due fronti divisi da un tavolo a cui sedevano l’Abate e il cardinal Bertrando

Da “Il Nome della Rosa”: Entrando da fuori si passava sotto un portale alla moda nuova, dall’arco a sesto acuto, senza decorazioni. Ma, all’interno, ci si trovava in un atrio, rifatto sulle vestigia di un vecchio nartece. Di fronte si parava un altro portale, con l’arco alla moda antica, il timpano a mezzaluna mirabilmente scolpito. Doveva essere il portale della chiesa scomparsa

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