Massimo Battaglio

Abitare la terra
Disegni e Fantasie

Fantasie scorrette su Piazza San Giovanni

Piazza San Giovanni, la piazza del duomo di Torino, non è stata sempre brutta come la conosciamo oggi.

Era innanzitutto una piazza chiusa

contornata di edifici su tutti i lati. A est il duomo, sugli altri versanti case di abitazione di varia importanza. Si arrivava, come oggi, da sud o da ovest. Ma non era possibile tagliarla completamente in nessuna direzione. Infatti, il lato orientale e quello settentrionale erano completamente costruiti.

A inizi seicento, mentre si stava allestando la vicina Piazza Castello e si stava pian piano innalzando il Palazzo Ducale (poi Palazzo Reale), sui terreni a nord del duomo e a ridosso delle mura romane, si iniziò a costruire un secondo palazzo per la famiglia del duca.

il “Palazzo di San Giovanni”.

Il palazzo di piazza San Giovanni sarebbe dovuto essere destinato al principe di Piemonte e a sua moglia, madama Cristina. Tuttavia, il duca Carlo Emanuele I morì prima che l’edificio fosse terminato. Madama andò ad occupare col marito Amedeo i nuovi appartamenti di piazza Castello. Il palazzo di San Giovanni fu in parte ceduto all’arcivescovado torinese. In altra parte vi fu realizzato un piccolo teatro: il primo “Teatro Regio” di Torino.

Un’immagine della facciata del palazzo di San Giovanni si trova nel Castello del Valentino. E’ inclusa nel fregio della “sala delle Magnificenze”, dove sono ritratte, in diversi riquadri, le imprese architettoniche di madama Cristina.

La “casa dei portici”

Sul lato occidentale della piazza, fu costruito negli stessi anni un edificio porticato, su disegno di Carlo di Castellamonte. Aveva una facciata continua e uniforme, pensata per nascondere le precedenti casupole medioevali dietro una nobile quinta degna di fronteggiare il duomo.

Ne conserviamo ampia documentazione fotografica, poiché rimase in piedi fino agli anni del fascismo. Poi fu demolita nell’intenzione di lasciare il posto ai nuovi uffici della prefettura. Uffici mai costruiti nonostante si fosse anche indetto un pomposo concorso di progettazione. Aveva un partito molto simile a quello di via Po, solo con un piano in meno.

Sul finire del XIX secolo, in occasione della costruzione della nuova “manica lunga” di Palazzo Reale, tutta la zona a nord del duomo, ormai molto decaduta, fu “risanata” come sapevano fare allora: picco e pala dappertutto, fino a scoprire le fondamenta romane. Fondamenta che apparivano tra l’altro piuttosto interessanti, dal momento che contenevano, tra l’altro, le tracce di un anfiteatro.

La scuola Torquato Tasso

Il fronte del vecchio palazzo di San Giovanni fu ricostruito solo a metà, con l’edificio della scuola Torquato Tasso. Sull’altra metà, non si ebbe il coraggio di ricoprire i resti dell’anfiteatro. E del resto sarebbe stato impossibile, con le tecniche dell’epoca, costruirvi sopra senza distruggerlo. E il primo sbrego fu aperto.

Dopo la guerra, e dopo la peccaminosa demolizione della casa dei Portici di cui si è già detto, si rase al suolo anche la Torquato Tasso, o almeno quello che ne restava in seguito ai bombardamenti. Si fecero varie ipotesi per la ricostruzione dell’area ma non ci si riuscì mai a mettere d’accordo, sicché il fronte settentrionale della piazza rimase nudo e indefinito come lo si vede oggi.

Il terreno lasciato libero dalla demolizione della casa dei portici, fu invece subito preso d’occhio dal Comune, che decise di erigervi il proprio Ufficio Tecnico dei Lavori Pubblici.

Il Palazzaccio.

Non voglio dilungarmi a raccontare la triste storia di quello che fu subito chiamato “il palazzaccio”. I suoi progettisti, i grandi architetti Passanti e Perona, gli dettero quelle forme severe, ideologiche e inappropriate perché ne furono praticamente costretti. Basti ricordare che il progetto subì ben otto varianti ordinate sia dalla committenza che dal ministero dei lavori pubblici, tra aggiunte di piani, tentativi di ingentilimento, soppressione di volumi.

Lo so che è una stupidaggine, ma mi piacerebbe proprio tanto ricostruire tutta la piazza tenendo conto dei volumi che l’hanno contornata per secoli. Oggi, che non abbiamo più paura di ricostruire “in falso”, potremmo approfittare dell’occasione del progressivo svuotamento del “palazzaccio”, per dotare la città di servizi più attuali (ad esempio un collegio universitario, misto a piccoli uffici turistici e botteghe), che ripropongano, almeno nei volumi, le delicate proporzioni tra piazza, duomo e loro contorni.

Puro restauro urbanistico.

Sarebbe bello, se avessimo soldi da buttar via. Ma è davvero una stupidaggine. Solo una fantasia.

3 Comment

  1. Ripropongo un mio commento del 2010:
    Il Palazzo dei Lavori Pubblici del Comune di Torino è una bella ed armoniosa opera dell’architetto Mario Passanti (1901-1975). La sua concezione architettonica è molto moderna, benché il palazzo risalga al 1957. Ha un perfetto equilibrio tra le linee orizzontali e verticali, una proporzione eccellente rispetto al lotto occupato, una soluzione laterale molto bella nella disposizione dei mattoni, una modestia notevole nell’evitare elementi aggettanti. Quasi un capolavoro!! Vedasi RIGAMONTI R. (a cura di), Mario Passanti. Architetto Docente universitario, Torino, Celid, 1995. Inoltre TORRETTA Giovanni, L’edificio degli Uffici Tecnici di Piazza S. Giovanni nell’opera di Mario Passanti, in «Atti e Rassegna Tecnica Società Ingegneri e Architetti in Torino». Nuova serie. A 42. n° 7-8 luglio-agosto, 1988.
    Infine Galli, Camilla Problemi di degrado di strutture in C.A. : tecniche di riabilitazione : caso studio : Palazzo Uffici LL. PP. di Torino. Rel. Pistone, Giuseppe and Tulliani, Jean Marc Christian. Politecnico di Torino, 1.a Facoltà di architettura , 2005.
    Di Mario Passanti è anche il Palazzo per la Prefettura e la Provincia di Asti, notevole esempio di Novecento architettonico.
    Prima di parlare di “brutture”, occorre osservare, confrontare, documentarsi bene. Soprattutto, ricordare che ogni epoca elabora un proprio dignitoso linguaggio. Quella di Passanti è architettura, beninteso, non semplice edilizia.

    1. può anche darsi che il Palazzaccio abbia una facciata piuttosto dignitosa ma, come tutte le architetture eccessivamente segnate da un approccio ideologico, non istituisce alcun rapporto col territorio. E non parlo di linguaggio retrò e capitelli ma del dialogo con la città. Lo stesso Passanti avvertiva che l’idea di sopprimere le botteghe che inizialmente aveva previsto al piano terra, avrebbe causato il fallimento del portico, ovvero la sua trasformazione in ricettacolo d’immondizia. La tipologia a doppia stecca genera fili mezzi costruiti e mezzi no sui lati, e cortiletti non disegnati, immediatamente diventati utili per alloggiare alla bell’e meglio le scale di sicurezza. Il livello di gronda, più alto di quello di Palazzo Chiablese e di quello del Seminario, esagera l’incombenza dell’edificio sulla piazza, che dovrebbe pur sempre rimanere una piazza del duomo. Certo, il guaio grosso di piazza San Giovanni è un altro, e cioè la mancata ricostruzione del lato nord. Ma il Palazzaccio, messo lì in quel modo, è comunque il colpo di grazia.

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