Massimo Battaglio

Abitare la terra
Disegni e Fantasie

Il monastero ideale

Il monastero ideale è quello che non fu mai costruito. E’ un po’ come in tutte le cose. Lo stesso san Bernardo di Chiaravalle diceva che “la perfezione non è di questo mondo”. Tuttavia, se si esaminano le strette analogie tra tutti i monasteri medioevali e li si paragona coi rari scritti e illustrazioni lasciati soprattutto dai primi abati cistercensi, sembra che un progetto mentale, un modello teorico unico, tramandato magari a voce, fosse abbastanza chiaro nella mente dei costruttori a partire dall’XI secolo.

Non esistono due abbazie identiche. Tutte hanno qualche particolarità dovuta alle caratteristiche del sito su cui sorgono. Ciascuna subisce inoltre adattamenti dovuti al tipo di vita che vi si svolgeva, sia nella preghiera che, soprattutto, nel lavoro. In alcune era particolarmente sviluppata l’attività di accoglienza. E ciò richiedeva foresterie complesse e articolate. Altrove erano presenti stalle o fucine. In altre ancora, questi elementi erano quasi del tutto assenti poiché l’approvigionamento avveniva dall’esterno, da grange non lontane di proprietà dell’abbazia. In questi casi, le stanze del monastero erano riservate alle arti più nobili: trascrizione di libri, confezione di medicinali.

Esistono però elementi costanti, come la chiesa, il chiostro, i dormitori, i refettori. Elementi che presentano somiglianze fortissime, sia nello sviluppo formale che, soprattutto, nei criteri con cui sono concepiti. Esiste una regola.

Ad Quadratum

La progettazione del monastero partiva da un unità minima: il seggio nel coro, normalmente riconducibile a un quadrato della misura di un braccio (circa 74 cm). Sei seggi in fila costituivano la misura ideale per una campata del coro stesso. Si assumeva quindi questa misura come lato del quadrato ideale su cui modellare la pianta dell’intero monastero, a cominciare dalla chiesa: due campate definivano la profondità del coro. Un’altra doppia campata determinava la zona della crociera o della cupola. Successive campate componevano la navata centrale e così via.

Questo tipo di pianta si prestava a diverse varianti. Per esempio, nei primi monasteri cistercensi, l’abside principale e le cappelle laterali avevano terminazione retta. Più avanti si preferì la terminazione circolare o poligonale. Le volte potevano ripetere lo schema geometrico di partenza o elaborarlo. Si poteva cioè avere una navata centrale con volte impostate su doppi quadrati e fiancheggiata da navate laterali scandite da voltine quadrate (come a Fossanova). Oppure, le volte della navata centrale potevano essere unite a due a due dando origine a grandi volte quadrate (come nel S. Ambrogio di Milano). Infine potevano essere unite a due a due anche le volte delle navate laterali (come avviene spesso in Piemonte). Si dava così origine a grandi crociere quadrate fiancheggiati da rettangoli disposti in lunghezza.

La proporzione aurea

Le dimensioni di ogni cosa erano determinate da un sistema di misure complesso, in cui ogni unità era pari alla somma delle due unità precedenti. Ovvero: il braccio era pari a un piede più un palmo; il piede a un palmo più un’oncia e così via per le unità superiori. Il rapporto tra le unità era quindi costante e pari a circa 1,618. Numero bellissimo, aureo, il cui inverso è pari a se stesso meno uno, cioè a 0,618. Questo sistema veniva usato sia nell’accostare elementi di grandezza diversa, sia nel tessere le sezioni e le facciate, come mostra lo schema in figura.

Distribuzione

Determinate le fattezze schematiche della chiesa e orientatala con la terminazione verso est, si estendeva il reticolo quadrato alla sua destra. Così si otteneva la dimensione del chiostro, intorno al quale girava la parte più nobile del monastero. Verso est di disegnava la manica dei monaci, col dormitorio e le altre sale. A ovest quella dei conversi. Il refettorio veniva solitamente sistemato con lo stesso orientamento, dando così origine a uno schema a pettine che generava due cortiletti secondari verso l’esterno. Uno era solitamente al servizio delle cucine; l’altro poteva servire come chiostro dei novizi.

Oltre il chiostro

Un secondo quadrato veniva tracciato oltre il precedente, e vi si disponevano intorno tutti gli edifici “promiscui”. Quelli cioè in cui si svolgevano attività non nobili o che prevedevano il contatto col mondo esterno. Verso l’interno erano sistemate le officine, i forni, le eventuali stalle. Verso l’ingresso del complesso, la foresteria e la scuderia. L’infermeria poteva essere vicino alla foresteria oppure  isolata sul retro.

Un ulteriore quadrato comprendeva il tutto. Sui suoi lati si poneva la cinta del monastero. Le aree libere erano destinate al piazzale d’ingresso, agli orti e al cimitero.

Orientamento

Era il criterio principale nel distribuire i vari edifici intorno al chiostro. I più alti, come la chiesa, stavano verso nord per non fare ombra sui più bassi. Quelli che avevano bisogno di luce al mattino e alla sera, come i dormitori e il refettorio, si sviluppavano con affaccio est-ovest. Gli altri venivano di conseguenza. La chiesa seguiva l’orientamento canonico, con l’abside verso il levare del sole. Anche negli orti si seguiva lo stesso criterio: a nord il frutteto, con gli alberi più alti. Seguivano le colture a spalliera e quindi l’erbario nella zona più soleggiata.

L’ingresso

Era normalmente un castelletto con caratteristiche difensive, chiuso da inferriate, fiancheggiato dall’ufficio del guardiano. Spesso, sopra l’androne era posta una torretta che serviva a due funzioni: garritta di controllo del territorio e colombaia. I piccioni servivano per inviare e ricevere messaggi. Raramente queste strutture si sono conservate.

Il piazzale

Oltre l’ingresso si apriva il piazzale, ovvero la parte di cortile aperta a tutti. Esso era dominato dalla presenza della chiesa e contornato dagli accessi agli edifici meno riservati: la scuderia e la foresteria. Alle parti più private si accedeva solo passando dal nartece, il portico davanti alla chiesa.

La chiesa

Aveva solitamente una facciata molto semplice, che rivelava le forme dell’interno, costituito da una navata centrale più alta, fiancheggiata da navatelle più basse. Al centro si aprivano alcune finestre. Inizialmente, nei monasteri cistercensi, si trattava di piccole finestrelle disposte a forma di croce. Successivamente si diffuse la moda del rosone. Il nartece, più basso della chiesa vera e propria, conferiva movimento alla composizione.

Interno della chiesa

Era rigorosamente a croce latina, spesso con una cupola all’intersezione della navata con il transetto. Gran parte dello spazio era riservato ai monaci, che erano quasi sempre la maggioranza dei presenti alle funzioni. Essi sedevano in schiere distinte: i monaci veri e propri nel coro, dietro l’altare; i conversi nella parte terminale della navata.

Spesso, la parte riservata e quella pubblica erano diaframmate da una vera e propria struttura muraria, il pontile, che non permetteva di vedere le funzioni ma solo di ascoltarle. Il motivo non era ideologico ma semplicemente igienico. Era un modo per preservare gli abitanti del monastero da eventuali epidemie. Certo, il risultato non era molto coinvolgente. La maggior parte dei pontili è stata poi demolita. Si conservano solo quelli più monumentali.

Oltre il pontile, cominciava il coro dei conversi. Era formato da due o quattro file di scranni contrapposte, in modo da dare l’idea di una comunità stretta intorno alla mensa dell’altare.  Gli scranni erano sormontati da un piccolo baldacchino. Esso non aveva funzioni onorifiche ma serviva come “cassa di risonanza”. Permetteva cioè alla voce del monaco di non disperdersi ma di amplificarsi. Con l’andare del tempo però, questi baldacchini assunsero caratteristiche sempre più decorative.

Il ciborio

L’altare stava di norma in corrispondenza della cupola, tra il coro dei conversi e quello dei monaci, sopraelevato. Anch’esso era sormontato da un baldacchino, il ciborio, con le stesse funzioni dei baldacchini dei monaci. Il ciborio però aveva sempre caratteristiche monumentali, in modo da attrarre immediatamente l’attenzione sull’altare. Questo era infatti un semplice parallelepipedo di dimensioni piuttosto ridotte. La celebrazione eucaristica si svolgeva col sacerdote rivolto verso il popolo.

Il coro

Identico al coro dei conversi era quello dei monaci, che sorgeva in posizione elevata oltre l’altare. Al centro del coro, nella parte terminale, sedeva il priore (o l’abate), contornato dai monaci più anziani e dagli ospiti illustri. Ai lati dell’altare stavano quelli di turno nella celebrazione eucaristica.

La cripta

La sopraelevazione del coro permetteva l’inerimento della cripta, un basso ambiente sottostante, sorretto da piccole volte su pilastri o su colonnine. Qui venivano conservate le reliquie dei santi e sepolti i principali personaggi che avevano avuto ruoli importanti per il monastero (abati, priori, benefattori). Solitamente non era utilizzata come cimitero dei monaci, i quali venivano invece sepolti all’esterno, in uno spazio a nord della chiesa. In alcuni casi invece, essa si prolungava in un lungo cunicolo che correva sotto la navata, ai lati del quale si disponevano i loculi monastici.

Il chiostro

Era il cuore pulsante del monastero e la parte più intima. Intorno ad esso erano disposte le sale di soggiorno e di lavoro dei monaci (non quelle dei conversi). Dall’alto si affacciavano i dormitori. Al centro si apriva un giardino, tramezzato da viottoli in forma di croce e segnato al centro da una fontanella. Il giardino rappresentava il paradiso terreste, diviso idealmente (e talvolta realmente) da quattro corsi d’acqua che sgorgavano dalla fonte della vita. Intorno al giardino si svolgeva il deambulatorio, un basso portico che distribuiva gli ambienti e permetteva la preghiera “ambulante” dei monaci. Nei pressi del refettorio, il deambulatorio si espandeva verso il centro, per ospitare il lavacro, ovvero la fontanella in cui i monaci si lavavano ritualmente le mani prima dei pasti.

La sala capitolare

Era il più nobile degli ambienti disposti intorno al portico del chiostro. Vi si riunivano i monaci per discutere le principali questioni sulla gestione del monastero e per ricevere le comunicazioni del priore. Le discussioni erano però sempre precedute dalla lettura di un capitolo della regola dell’ordine. Per questo, la sala prendeva nome di sala capitolare. Era sormontata da volte basse e quindi scandita da pilastri. Nei monasteri in cui anche i novizi erano ammessi nel capitolo, si estendeva anche oltre il perimetro dell’edificio monastico ed era compartita da quattro o anche sei pilastrini. Dal momento che le volte dovevano comunque essere abbastanza alte da permettere che i monaci vi si sedessero lungo il perimetro, il pavimento era un po’ infossato rispetto a quello del deambulatorio. Si impostava al livello del giardino.

Tra i seggi disposti lungo le pareti, se ne distinguevano due principali. Uno era quello riservato al priore. L’altro al lettore, cioè al monaco di turno nella lettura della regola. Questo era normalmente appoggiato alla parete nord, per significare che la parola di Dio viene proclamata con le spalle al regno delle tenebre.

La parete tra la sala capitolare e il deambulatorio era solitamente traforata da ampie loggette illuminanti, che venivano chiuse alla bell’e meglio nella stagione invernale attraverso impannate.

Il refettorio dei monaci

Come nel coro, anche in refettorio i monaci sedevano idealmente in cerchio. Lo stanzone del refettorio, di domensioni monumentali, non frammezzato da colonne, era contornato da seggi disposti lungo le pareti. Davanti ad essi si svolgevano stretti tavoli. I monaci vi si disponevano solo dalla parte esterna, senza darsi mai le spalle. Il priore e gli ospiti più illustri sedevano in fondo, su seggi un po’ più importanti. A metà del refettorio sorgeva un pulpito, solitamente con accesso dall’esterno. Serviva per la “lectio”, ovvero per le letture edificanti che venivano proclamate durante i pasti. Grandi finestre permettevano di catturare la prima luce del mattino e l’ultima della sera.

Il refettorio dei conversi

Più modesto era il refettorio dei conversi, normalmente posto sotto il loro dormitorio, e quindi di altezza inferiore e compartito da pilastri per permettere di realizzare volte più basse.

I dormitori

Erano di una semplicità disarmante. Lughi stanzoni talvolta voltati e talaltra coperti con un semplice soffitto ligneo, ospitavano due file di letti. Le finestre erano disposte a est e talvola anche a ovest. Ai piedi di ciascun letto stava un baule, nel quale venivano conservati tutti gli effetti personali si ogni singolo monaco. Spesso, con l’andare del tempo, l’uso dei dormitori fu soppiantato da quello delle celle, piccolissime stanzette singole. Soprattutto nei monasteri di “clausura stretta”, esse diventavano il luogo privatissimo in cui i singoli monaci passavano la gran parte della giornata.

Dai dormitori scendevano due scale: una a metà e l’altra nelle vicinanze della chiesa. In alcuni monasteri, la seconda scala immetteva direttamente in chiesa. L’altra collegava il dormitorio dei monaci al chiostro, e quello dei conversi alla “via dei conversi”, un corridoio al piano terra che disimpegnava i loro ambienti. Al fondo c’erano le latrine, puzzolente stanzone collettivo con una serie di fori praticati nel pavimento, naturalmente senz’acqua.

Atri ambienti

Altri ambienti intorno al chiostro erano la sacrestia, fiancheggiata dal piccolo locale dell’armarium. Nell’una si preparavano le celebrazioni liturgiche e si vestivano i celebranti. Nell’altro si conservavano i libri liturgici e gli abiti corali di ogni singolo monaco. Accanto alla sala capitolare vi era poi la cancelleria, un locale destinato all’amministrazione del monastero. In alcuni casi essa era fiancheggiata dal parlatorio. In altri, questo locale era collocato tra il chiostro e l’esterno. La biblioteca e la sala calda erano i luoghi del lavoro intellettuale. La cucina e la dispensa erano disposte tra i due dormitori. Servivano sia alla preparazione dei pasti che alla rigovernatura.

Separati dal chiostro erano i laboratoria, sale per il lavoro manuale inserite al piano terra dell’edificio dei conversi, con accesso dal cortile esterno e dalla via dei conversi. Questo percorso, che portava anche al nartece e si concludeva col refettorio dei conversi, poteva essare un corridoio coperto oppure, soprattutto nei paesi caldi, una vera e propria stradina compresa tra l’edificio dei conversi e il muro esterno del chiostro.

La casa dei novizi

Spesso, i novizi stavano in una casetta a parte, con un proprio piccolo chiostro isolatissimo. Essa comprendeva un dormitorio, un giardinetto chiuso e un portico che la collegava al chiostro principale. Il portico serviva anche da “aula di lezione”.

Foresteria

Era l’edificio in cui venivano ospitati e rifocillati i forestieri e i pellegrini. Constava normalmente di due piani: a terra un refettorio collegato eventualmente a una cucina; sopra un dormitorio. Si trattava di ambienti decisamente spartani. La sola preoccupazione era di alloggiare più persone possibile per  brevi periodi.

Infermeria

Più curata era l’infermeria, dove venivano alloggiati non solo i viandanti bisognosi di medicazioni, ma anche i monaci malati. Era rigorosamente imbiancata a calce e ben illuminata. Terminava con una cappella per permettere agli infermi di assistere comunque alle sacre funzioni.

Il basso cortile

Esternamente al chiostro si snodavano gli edifici per il lavoro manuale, a cominciare dalla scuderia. Essa era quasi sempre una semplice tettoia con fienile superiore, destinata ai cavalli dei forestieri. Poteva assumere maggiore importanza se il monastero coordinava l’andamento di numerose grange esterne, con le quali si intrattenevano molti rapporti.

Seguivano i balnea, ovvero tettoie con lavatoio in cui si lavavano indumenti e lenzuola dei monaci, nonché, periodicamente, i monaci stessi e i pellegrini. Quindi il pollaio ed eventuali stalle, il forno, spesso con allegato mulino granaio al piano superiore, e le officine.

Le caratteristiche non monumentali di questi edifici, hanno fatto sì che si siano conservati molto raramente. Essi sono stati sostituiti nel corso dei secoli, spesso inglobati in fabbricati più importanti.


4 Comment

  1. Buongiorno Architetto Battaglio,
    ho letto con molto interesse questo suo articolo e visionato con altrettanto interesse le sue ricostruzioni, piante e prospetti, in 3d: complimenti!
    Un mio sogno nel cassetto sarebbe quello di ristrutturare la mia azienda agricola trasformandola in una sorta di abazia o quanto meno ricostruirne i volumi e gli edifici principali. So che potrebbe sembrare un’idea al quanto bizzarra ma trovo che la struttura dell’abazia/monastero si presti perfettamente all’attività di un’azienda agricola (infatti nel passato lo erano) nonchè anche all’attività di accoglienza turistica.
    La mia azienda si presenta come una classica cascina piemontese a corte chiusa sulla cima di una collina e la mia idea consisterebbe nell’usare il cortile interno come chiostro e da li sostituire gli edifici esistenti con gli edifici che circondano normalmente il chiostro di un monastero, rispettandone tutte le proporzioni e le esposizioni al sole.
    Penso che molti locali potrebbero essere reimpiegati principalmente per l’attività agrituristica:
    – la cucina potrebbe mantenere la sua funzione di cucina;
    – i dormitori (dei monaci e dei conversi) sarebbero trasformati in stanza per accogliere i turisti;
    – i refettori (dei monaci e dei conversi) sarebbero trasformati in sale ristorante;
    – la sale del capitolo, della cancelleria e della biblioteca con scriptorium in spazi comuni per l’albergo quali reception, zona hall e altri servizi comuni;
    – il giardino del chiostro mantenere la sua funzione di giardino;
    – i laboratori da conversi sarebbero trasformarsi in punto vendita e sala degustazione (essendo la mia azienda agricola una cantina vitivinicola).
    Per quanto riguarda le aree di produzione e degli altri edifici di servizio, non credo di avere a disposizione sufficienti spazi e distanze dalla strada pubblica; quindi abbondonerei l’idea di costruire anche la stalle, i fienili, l’infermeria, la foresteria etc. etc., anche ma perchè potrei tranquillamente ricavarmi gli spazi per le attività produttive della mia azienda (magazzini, cantina, depositi e garage) sfruttando tutti i piani interrati dei vari edifici e volendo si potrebbe ricavare un grande magazzino sotto il giardino del chiostro (facendo poi un tetto giardino); e infine gli alti volumi della chiesa potrebbero essere utilizzati per contenere le botti e soprattuto le autoclavi in acciaio per il vino, che sono molto alte, dando un colpo d’occhio pazzesco: TIPO CATTEDRALE DEL VINO!
    So bene che sarebbe un progetto faraonico e molto costoso, ma se in futuro ne avessi la possibilità mi piacerebbe molto ristrutturare/trasformare la mia cascina seguendo questo schema.
    Lei come professionista pensa che la mia idea possa avere un senso oppure oppure è solo qualcosa di utopico?
    La ringrazio anticipatamente nel caso avesse tempo e voglia di darmi una risposta.

    Cordiali saluti

    Carlo

    1. E’ sicuramente un’idea bizzarra ma è simpaticissima. Tanto più che lo schema distributivo dell’abbazia cistercense è talmente razionale da prestarsi alle reinterpretazioni più varie. Naturalmente, il linguaggio architettonico non potrebbe mai essere quello del dodicesimo secolo. Non mi lascerei andare al falso storico ma a un’operazione più raffinata, di meditazione sui dettagli e loro riproposizione in chiave attuale.
      Già che ci siamo, le segnalo una recente operazione “inversa” rispetto alla sua: il monastero di Pra d’Mill, dove su un’antica borgata alpina è stata “innestata” una nuova abbazia cistercense. E il bello è che funziona!
      https://www.google.it/search?q=pra%20d%27mill&source=lnms&sa=X&ved=0ahUKEwijzv3d9t_bAhUBvRQKHUSsAZUQvS4IOTAA&biw=1425&bih=702&dpr=1.25&npsic=0&rflfq=1&rlha=0&rllag=44735587,7255139,215&tbm=lcl&rldimm=3998881047180306436&rldoc=1&tbs=lrf:!2m1!1e2!3sIAE,lf:1,lf_ui:2#rlfi=hd:;si:3998881047180306436;mv:!1m3!1d32882.85381172481!2d7.27311999522658!3d44.74591416380336!3m2!1i461!2i557!4f13.1

      1. Buonasera Architetto Battaglio,
        la ringrazio per la sua gentile risposta. Sicuramente andrebbero rivisti sopratutto gli interni (le piccole celle o il dormitorio comune non riscuoterebbero successo fra gli attuali “forestieri”) ma penso che esternamente non dovrebbe essere di molto stravolta la fisionomia dell’edificio (almeno questo è il mio modestissimo parere da non addetto ai lavori).
        Se mai un giorno mi lanciassi in questa impresa: la terrò sicuramente presente come professionista.
        Un cordiale saluto

        Carlo

        1. La ringrazio. Non credo però di poter promettere archi a sesto acuto, capitelli traforati e gargoil. Temo proprio che non ci sia più nessuno in grado di realizzarli a dovere e, quand’anche, non sarebbero la stessa cosa.

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