Massimo Battaglio

Abitare la terra
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Modesta casa tra case modeste

Questa è un’idea modesta per una casa ancora più modesta, destinata a riempire un vuoto tra altre due case in mezzo a un’isolato della periferia di Torino. Case anni ’50, pesantemente eredi dello “stile novecento” nella sua veste più modesta. Edilizia speculativa, si diceva allora. Facciate uniformi, appena movimentate da brevi sporti e da balconcini aggettanti.

Penso che resterà ancora per molto tempo nella mia modesta fantasia, in attesa che i centosessanta proprietari del terreno (ovvero i condomini dei palazzi accanto) trovino in tempo di metterci la firma. Ho comunque usato quest’occasione per riflettere su alcuni temi elementari del costruire.

Tipologie

Il taglio degli appartamenti deve sempre seguire gli usi delle persone a cui sono destinati. Gli usi delle famiglie, oggi da declinare al plurale.

Così ho pensato a riproporre in chiave aggiornata il monolocale, per la “famiglia monoparentale” del giovane single o per il single di passaggio. E’ composto da una camera abbastanza ampia, con cucinetta a parte, ingresso e piccolo bagno.

Poi c’è il bilocale classico per il single un po’ più anziano o per la coppia senza figli. E il trilocale per la famiglia composta da madre e uno o due figli o per la coppia che necessita di uno “studio”. Il soggiorno resta piuttosto misurato ma le camere da letto sono due.

C’è poi il classico appartamento per quattro persone, ma un po’ rivisitato. Il soggiorno a galleria, idealmente o realmente tramezzabile attraverso mobili passanti prende il posto del solito salotto. La piccola cucina è un po’ più ampia dell’angusto cucinino anni sessanta, macchina da tortura per casalinghe, ma non cede alla tentazione della “cucina soggiorno”. Che, secondo me, prima o poi, stufa.

E infine c’è l’appartamento grande, con tre camere oltre il soggiorno.

Nulla osta a che gli appartamenti siano prima o poi uniti o disaggregati in futuro, col variare delle esigenze e del mercato.

Forme

Ho tentato di non rinnegare lo “stile” delle case attigue. Ne ho ripetuti gli sporti, i balconi, i fili. Ho però provato a giocare sulle tre dimensioni, creando aggetti di altezze diverse, che sorgono da uno sfondato costante. E ho inserito un corpo scale vetrato per alleggerire le masse murarie.

Colori

Le case vicine sono grigie. Nell’intenzione dei costruttori dovevano essere a tinte pastello. Ma era un pastello molto torinese, di tono basso, pieno di timore. Sicché non ho mai visto un grigio più grigio. E allora mi sono lasciato andare. Sfondati bianchi su cui si innestano rilievi a colori primari. Un blocco rosso, uno giallo, e serramenti smaltati di blu. Le ringhiere sono in lamiera forata. Ma le finestre ammiccano a quelle dei vicini: legno chiaro e taglio tradizionale.

Il cortile

Spesso, nei quartieri di periferia, tra isolati dal contorno slabbrato, succede che il lato interno delle case appaia in vista da lontano, come sfondo tra altre case. Nella distrazione complessiva, ciascun edificio si fa notare per il proprio lato cortile più ancora per l’affaccio su strada. Ecco allora che il retro pone serie responsabilità al progettista. Ho cercato di non sviare troppo dalle caratteristiche classiche di tutte le case di sempre. Ma contemporaneamente, ho cercato la massima pulizia di disegno. E ho trattato lo sporto delle cucine come un segno forte e allegro. Un inserto di vetro e lamiera colorata – la lezione del mio maestro Gabetti – prelude al lastrico fotovoltaico superiore, ammiccando alle popolaresche verande diffusissime nel circondario.


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