Massimo Battaglio

Abitare la terra
Progetti

La casa del giovane ingegnere

Di solito, le case dei giovani ingegneri sono tristi. Uniformemente beige, esibiscono tralicci porta-lampade che si autoproclamano hi-tec, e divani ricoperti con drappi a fiori. Se poi l’ingegnere si rende conto del suo essere troppo “a norma”, cercherà qualche piccola trasgressione. E allora compariranno: un setto in vetrocemento isolato da qualche parte, alcuni tulipani in legno dentro un vaso di rame, e l’immancabile “muretto basso” che dovrebbe dividere l’ingresso dalla “zona living”. La parola “soggiorno” è bandita.

L’ingegnere, per crescere, ha bisogno di tempo. Più avanti si interesserà di poesia, di musica classica, di pittura. Andrà a teatro e forse addirittura a qualche concerto rock. Ma intanto avrà già rovinato almeno un paio di appartamenti.

Questo è il giovane ingegnere medio. Poi c’è quello precoce. Come Matteo, che, dovendo per forza e per amore stabilirsi a Torino, ebbe la saggia idea di comprare un alloggetto mezzo morto e venire da me perché lo aiutassi a resuscitarlo.

Un appartamentino minimo

Quarantaquattro metri quadri muri compresi, dove doveva starci lo spazio per dormire, per studiare, per riposarsi un po’, e anche per cucinare. Perché Matteo, ingegnere eclettico, ama cucinare. Sapeva che non avrebbe avuto a disposizione la cucina di un grande chef ma desiderava che fosse comunque il centro della casa.

Non c’era molto da sbizzarrirsi in rivoluzioni murarie, se non nella ricalibratura degli ambienti, tanto in pianta quanto in alzato. Per esempio, il bagno non poteva continuare a essere largo meno di un metro. E i soffitti non potevano perseverare con la loro altezza di tre metri e trenta dappertutto. Io ragiono così: ambienti grandi, soffitti alti. Ambienti piccoli, soffitti più bassi. Il passaggio da un ambiente all’altro dev’essere un’esperienza appagante. E nessun ambiente dev’essere angustioso.

La demolizione del muro tra l’ingresso e il cucinino e la sua sostituzione con un bancone in piena regola (volevi il muretto basso eh? Te lo do io, il muretto basso), permise a Matteo di avere la sua cucinetta troneggiante. La controsoffittatura permise a me di realizzare una successione di spazi fluenti e dinamici.

A destra del bancone, un setto che arriva all’altezza delle porte e poi gira in orizzontale a includere la cappa, restituisce un certo ordine tra gli elementi. Di qua sta chiunque entri; di là entra solo il padrone di casa.

La ristrettezza dell’ “angolo cottura” (che dolore parlare così me è per intenderci) suggerì l’idea di proseguire l’estensione dei “pensili” (e ci risiamo) oltre i limiti, verso il soggiorno. Altro momento di compenetrazione degli spazi e di passaggio graduale da una “stanza” all’altra.

Il soggiorno

Era e resta un ambiente stretto e profondo in cui dover far stare tutto. Anziché cercare di spezzarne l’andamento longilineo, lo sottolineai inserendo una serie di mensole proiettate verso il divano.

Come tavolo, scegliemmo un piccolo pezzo d’antiquariato: un tavolino parigino da 60 cm per 85 di metà ottocento, apribile all’occasione. Per avere ancora più posti a tavola, si dotò la casa di una plancia in laminato bianco, opportunamente corredata di longheroni rivestiti in feltro sul retro, da sovrapporre al tavolo nelle grandi occasioni. Anziché portarla in cantina, la si posizionò appesa al muro di fronte al divano. Un curioso elemento decorativo.

La camera

Anch’essa lunga e stretta, mi obbligò a rieditare il letto-scrivania già sperimentato a Casa Daniela. Posizionato per lungo, la testiera prosegue in orizzontale a diventare uno scrittoio. Quando si lavora non si percepisce il letto; quando si dorme, si dimentica il luogo di lavoro. Eppure essi distano solo due centimetri: lo spessore della tavola che li separa.

Il bagno

Matteo voleva il “bagno figo”. Anch’esso sarebbe stato piccolo ma non importa. Se eravamo riusciti a fare la cucina spettacolare in tre metri quadri, chissà cos’avremmo combinato ora, avendone a disposizione ben cinque e mezzo.

Inserii due specchi continui contrapposti tra le file di grandi piastrelle scure. E posi il lavabo su una mensola di marmo verde che asseconda l’andamento longitudinale della stanzetta. Posi la doccia in fondo, per traverso, che includesse anche la piccola finestra. “Mi vedranno mentre mi lavo?” “Metteremo un vetro stampato. Sarà un vedo – non vedo”. “Figo! sta a vedere che alla fine mi fidanzo”.


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