Massimo Battaglio

Abitare la terra
gioielli nascosti

Atrii di Torino – 1° il barocco

Il centro storico di Torino, cioè quella mandorla di terreno che un tempo era racchiusa tra i bastioni sabaudi, è fatto sostanzialmente di palazzi nobiliari, coi loro appartamenti sfarzosi, le loro corti, i loro atrii. Molti furono “sollecitati” dai Savoia, talvolta su terreni regalati ai cortigiani purché vi costruissero oppure realizzati per vera e propria imposizione ducale. Altri appartenevano direttamente alla famiglia reale o ai suoi parenti. Più rari erano quelli di proprietà ecclesiastica; quasi assenti le case borghesi, concentrate più che altro nella parte più antica della città: quella del quadrilatero romano.

L’idea di una città fatta di sole dimore nobili rispondeva a una doppia strategia. Da una parte si sarebbe garantito un alto livello di decoro. E il decoro della propria capitale era indispensabile per un ducato che aveva intenzione di “contare”. Dall’altra, concentrare i nobili in città facilitava il controllo sull’aristocrazia. Li distraeva dai loro territori e dai relativi privilegi feudali; ne favoriva la sorveglianza morale.

Una città di sole residenze signorili è tuttavia impossibile. E per questo, i costruttori torinesi si inventarono un tipo di palazzo particolare: a strati. Il proprietario si riservava l’uso del solo “piano nobile”, il primo. Il piano terra era quasi sempre destinato a botteghe mentre quelli superiori venivano affittati, a prezzi decrescenti man mano che si saliva verso le soffitte. Il tutto era organizzato intorno a un cortile quadrato o rettangolare, quasi sempre chiuso sui quattro lati, porticato almeno sul versante principale. L’accesso al cortile avveniva attraverso l’atrio, un grande locale passante affacciato sulla strada, di dimensioni tali da permettere il passaggio di un carro.

1590-1600 – Palazzo Scaglia di Verrua

I primi atrii

Il più antico degli atrii torinesi è quello di palazzo Scaglia di Verrua, in via Stampatori 4. Altri atrii cinquecenteschi non ci sono pervenuti nelle loro fattezze originarie. L’impostazione di palazzo Scaglia è quella tipica dei palazzi rinascimentali italiani: la corte è intermente porticata al piano terreno e inquadra un giardino oltre il quarto lato. L’unico piano superiore presenta in questo caso un loggiato ma solo su due lati. Gli altri due sono scanditi da finestre alternate a riquadri affrescati. L’atrio coincide con il lato più esterno del portico e presenta quindi tre archi su colonne, sui quali scaricano altrettante volte a crocera.

1600 circa – Palazzo Carpenetto di San Giorgio

Atrii a galleria

Già più evoluto è l’atrio di Palazzo Carpenetto di San Giorgio, in via Delle Orfane 6. Qui, la corte è porticata solo sui due lati principali: quello di ingresso e quello di fronte. Sui fianchi, arcate simili a quelle dei portici sono proposte solo come ornato sulle pareti. Il portico frontale è arioso, a doppia navata e completamente aperto. Al contrario, quello verso strada è formato da tre sole arcate, precedute da un corridoio che connette alla strada, costituendo l’atrio vero e proprio.

1637 circa – Villa Rey

Atrii su quattro colonne

Nel corso del ‘600, la tipologia del palazzo nobiliare subisce notevoli evoluzioni. La più importante è quella del’inserimento del salone d’onore, al centro del piano nobile, a doppia altezza e di grandi dimensioni. L’atrio si evolve di conseguenza. La sua dimensione ripete quelle del salone stesso. La superficie è compartita da quattro colonne centrali, reinterpretando gli illustri modelli classici palladiani. In questo modo, le volte arquate possono mantenere un’altezza contenuta, senza rinunciare ad impostarsi a una quota piuttosto elevata e su archi a tutto sesto. Uno degli esempi più puri di questo tipo di atrio è quello di Villa Rey, in Strada Val San Martino Superiore 27.

1644 ’56 – C. e A. di Castellamonte – Palazzo Isnardi di Caraglio o Del Borgo

Atrii su pilastri

Dall’atrio su quattro colonne, si passa a quello su quattro pilastri o quattro gruppi di pilastri, come in Palazzo Isnardi, in piazza San Carlo 183. Siamo a metà seicento e l’atrio ha già subito un ingigantimento in chiave monumentale. In questo caso, la quadruplicazione dei sostegni verticali determina un raddoppio dello spessore degli archi, che assumono quasi l’aspetto di volte a botte secondarie. Allo stesso modello appartiene l’atrio di Palazzo Reale.

1679 ’85 – G. Guarini – Palazzo Carignano

Atrii guariniani

L’arrivo a Torino di Guarino Guarini segna una rivoluzione nell’architettura cittadina, anche nel disegno degli atrii. In Palazzo Carignano, piazza Carignano 1, egli propone un salone ellittico esorbitante rispetto al filo dell’edificio. Di conseguenza, anche l’atrio avrà lo stesso profilo. L’ellisse viene compartito in otto segmenti, a ciascuno dei quali corrisponde un arco che scarica su colonne binate. Le colonne sono così portate verso l’esterno, quasi contro il muro perimetrale. La volta ha un profilo ovoidale, ribassato. Ma in essa si inseriscono le unghie che la connettono agli otto archi, generando una forma stellare.

In questo caso, l’architetto costruisce poi due scale avvolte intorno all’ellisse centrale, le quali generano, al piano superiore, un ripiano esagonale. Al piano terra, quindi, l’atrio è preceduto da un vestibolo della stessa forma.

In casi successivi, come in palazzo Provana di Collegno, in via Santa Teresa 20, l’atrio è preceduto da un semplice corridoio. Le volte dei due ambienti sono però ancora più elaborate. Nell’atrio, a pianta quadrata, si inseriscono otto colonne sporgenti, a generare un ideale ottagono a lati diseguali. Su di esse poggia la volta, a sesto ribassato come in Palazzo Carignano, anche qui unghiata per raccordarsi con gli archi che scaricano sulle otto colonne. Gli spazi triangolari generati tra le colonne e gli spigoli dello stanzone, sono coperti da quattro ulteriori voltine. Il corridoio, nella sua ristrettezza, si adegua alle stravaganze dell’ambiente principale. La sua volta assume una forma ombrellifera.

1687-G. Guarini (su disegno di) – Palazzo Provana di Collegno

Atrii tardobarocchi

Col volgere del nuovo secolo, il disegno degli atrii prende decisamente il volo. Volte ormai mistilinee coprono superfici piccole o grandi creando ambienti ondeggianti, gonfi di luce e di colore. Le colonne si raggruppano quasi liberamente; gli ornati si moltiplicano, non di rado includendo motivi naturalistici, conchiglie, ghirlande di fiori. Si imita l’esempio del nuovo grande architetto di corte, Filippo Juvarra, autore del fantastico atrio di Palazzo Madama (immagine di copertina). Il caso più eclatante è forse quello di Palazzo Paesana, in via della Consolata 1bis, uno dei numerosissimi disegnati da Gian Giacomo Plantéry.

1715 ’22 – G. G. Plantéry – Palazzo Paesana

Piccoli atrii

Nell’ultimo quarto del settecento, nessun palazzo potrà più rinunciare al suo atrio, anche piccolo ma più estroso possibile. E’ il caso di Palazzo del Carretto di Gorzegno, via Bogino 16. Un semplice atrio a corridoio viene diviso in due unità: un vestibolo e un atrio vero e proprio leggermente più ampio, divise da un arco su colonne. La prima parte è voltata da una semplice vela, traforata però al centro da una calotta circolare. Nella seconda volta si inserisce invece una calotta mistilinea, raccordata ai muri laterali attraverso improbabili mensole di stravagante sinuosità.

1770 circa – Palazzo del Carretto di Gorzegno

Devo confessare che gli atri barocchi mi sono simpatici.  Rappresentano un momento di alta architettura a disposizione di tutti, poiché danno accesso, indistintamente, a tutti gli appartamenti del palazzo, dal più nobile al più modesto. E sono destinati, almeno nell’inenzione, a restare aperti. Qui di seguito propongo una galleria di che spero abbastanza esaustiva, in cui compaiono quasi tutti gli atrii più notevoli del periodo barocco.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *