Massimo Battaglio

Abitare la terra
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Atri di Torino – 2° Dall’ottocento al liberty

Con la fine dell’ancien régime, tramonta anche l’epoca dei grandi atri spettacolari, almeno nell’architettura residenziale. I nuovi committenti, protagonisti delle espansioni oltre le mura ormai abbattute, lavorano raramente per se stessi. Sono imprenditori che costruiscono per affittare o vendere. Non hanno quindi bisogno di grandi apparati celebrativi, saloni a  doppia altezza, corti porticate e atrii pomposi. Chiedono semplici batterie di camere distribuite a ballatoio, aggregabili in alloggi di diversa pezzatura secondo l’occorrenza.

La funzione degli stessi appartamenti più lussuosi non è più quella delle antiche dimore nobiliari. Nei salotti della nuova borghesia non si svolgono spettacoli, balli, contrattazioni politiche o commerciali. Per le funzioni pubbliche e sociali esistono altri luoghi: i teatri, la borsa, i caffè. Ed è qui che si esprime la grandeure cittadina, mentre le mura domestiche sono il regno dell’intimità e della discrezione.

1828 ’37 – G. Talucchi – Regio Manicomio

Atri pubblici

Gli edifici pubblici, non più costruiti da mano regia ma per iniziativa comunale, spesso col concorso della munificenza cittadina, si propongono in tutta la loro nuova importanza. Lo “stile”, problema importante in quei decenni, è inequivocabilmente il “neoclassico”. Si vuole evocare, attraverso la riproposizione di regole antiche, il fasto dell’antica Roma, radice di tutta la civiltà. Abbiamo allora schiere di colonne corinzie e volte basilicali, come nell’ingresso al Regio Manicomio, dove l’idea del potere è più chiara che mai.

1833 – G. Talucchi E. Melano – Accademia Albertina di Belle Arti

Si guarda Roma ma senza dimenticare Firenze. Il “neoclassico” matura insieme al senso di italianità. Gli architetti torinesi, già negli anni ’30 dell’ottocento, attingono volentieri al repertorio rinascimentale toscano. Ne ripropongono gli schemi  planimetrici delle biblioteche e delle gallerie pubbliche, le linee, i colori. E’ difficile guardare l’atrio dell’Accademia Albertina di Belle Arti senza ricordare la Biblioteca Laurenziana michelangiolesca o le realizzazioni di Brunelleschi.

1865 – D Ferri e G Bollati – Ampliamento di Palazzo Carignano

Spesso si esagera, soprattutto quando l’unità d’Italia non è più un obiettivo a cui tendere ma una realtà da celebrare. Nell’atrio del Nuovo Parlamento Italiano, si supera ogni misura. Al rigore neo-rinascimantale si sostituisce un collage di dettagli di più “stili”. All’equilibrio compassato dei decenni precedenti, la ricerca della smisuratezza.

1832 circa – via Mazzini 52

Atri privati

Negli edifici privati, prevale il modello semplicissimo dell’atrio a corridoio: una galleria della larghezza di una stanza, profonda quanto la manica del fabbricato, che connette la strada con il cortile. Verso il fondo, un varco immette nel vano delle scale. Anche l’ornato è ridotto all’essenziale: si ricerca una pulizia quasi moralista. Volte molto ribassate esibiscono il loro candore, lasciandosi tutt’al più corrompere da qualche rosone sottile. E’ ammesso il cedimento a brevi teorie di colonne, purché derivate da modelli classici.

Sullo sfondo non c’è più la prospettiva nobile di una corte sfarzosa. L’atrio viene quindi spesso concluso con una portafinestra con vetrata opalina che occulta il cortile. Perché la casa borghese non può tollerare la vista di ballatoi coi panni stesi, i cessi comuni, i carretti parcheggiati. Non si cerca il maestoso ma non si rinuncia al “signorile”.

Caso eccezionale è quello di via Mazzini 52, dove una bella infilata di portoni è resa possibile dal fatto che l’edificio occupi l’intero isolato e si possa permettere ingressi contrapposti.

1859 – A. Antonelli – Casa Bossi – Novara

Tutti gli architetti torinesi, compresi i più in voga, si adattano a questo modello economico. Lo stesso Antonelli, non certo avaro di soluzioni ardite quando si tratta di opere pubbliche, ci regala atri poveri e piccolissimi. L’unica volta che si lancia in una casa privata di maggiore densità compositiva, è fuori Torino: a Novara, nella Casa Bossi. Qui, anche l’atrio diventa un esercizio di rarefatta intensità. Colonne realmente strutturali sorreggono volte tiratissime. Porte e finestre senza alcun ornamento suggeriscono un’atmosfera tesa quasi verso il metafisico. Roba che, nella Torino chic, non sarebbe forse stata tollerata.

Atri in stile

Il neoclassico dura un buon cinquantennio ma poi tramonta. Gli impresari chiedono qualcosa di più frivolo, meno protocollare, che distingua una volta per tutte la residenza dalle grandi opere pubbliche. E gli architetti, ormai abituati a comporre per imitazione, rispondono rispolverando nuovi repertori. Per prima cosa inventano il “neo-barocco”, uno stile che suggerisce leggiadria ma anche senso di emancipazione: l’atrio della casa del Cavalier Boasso lancia un messaggio chiarissimo: il suo proprietario non ha niente da invidiare ai conti e marchesi dei palazzi settecenteschi.

1878 – C. Riccio – Casa Cavalier Boasso – Corso Vittorio Emanuele 76

Le famiglie Martini e Rossi, un titolo, ce l’hanno. E anche un’industria: quella del Vermout. Per il loro nuovo palazzo, un po’  da reddito e un po’ per abitarci, scelgono corso Vittorio, viale perimetrale con affaccio a sud sulla campagna. E il loro architetto propone una tipologia piuttosto innovativa. Un portico barocchetto a tre campate in larghezza e quattro in profondità, occupa tutta la parte centrale del fabbricato. Una sorta di antesignano del moderno “pilotis”, che mette in relazione il paesaggio agreste con quello del giardino privato. Le campate sono voltate da calotte boeme unite a leggeri ma potenti archi, in grado di sopportare il carico dei muri delle camere superiori. Nel disegno delle colonne si intravvede una certa irrequietezza: non contento del “barocchetto”, l’architetto guarda oltre. Capitelli capricciosi e basi rigonfie di fogliami, tradiscono una certa inclinazione alla creatività.

1883 ’87 – C. Riccio – Palazzo Marini e Rossi – Corso Vittorio Emanuele 46 bis

Atri neogotici

A un certo punto, anche il neobarocco stufa. Continua ad essere praticato ma vi si affiancano nuove proposte. Gli architetti della nuova generazione, abbandonate le motivazioni ideologiche che avevano spinto verso la classicità e poi al suo rifiuto, aprono maggiormente lo sguardo. Il loro metodo di lavoro non cambia: si attinge alla storia e se ne estrapola il meglio. Ma le epoche che si saccheggiano per rifornire il proprio magazzino formale sono le più varie. Nascono così il “neogotico”, il “neoromanico”, il “neobizantino”. Tutto purché sia novità. Nella Casa dei Draghi o “della Vittoria”, abbiamo finestre bifore e costolature più gotiche del gotico, colonne degne della Roma dei papi e uno scalone da far invidia a Juvarra a cui si appoggia però a un parapetto a forma di rudere tardoromano.

1882 – G. Gussoni – Casa dei draghi – Corso Francia 23

Fin di siècle

Chi inizierà a cambiare il proprio approccio alla progettazione architettonica sarà Carlo Ceppi, autore, tra le innumereboli altre cose, della grande casa di via Pietro Micca angolo via San Tommaso.

1892 ’98 – C. Ceppi – Casa Bellia – Via P. Micca

Il Ceppi è perfettamente disinbolto nel muoversi tra gli “stili”, cioè tra le maglie di quella griglia artificiale in cui la nascente storia dell’architettura pretendeva di incasellare gli edifici delle diverse epoche. Nell’ampliamento della chiesa della Consolata, propone cappelle di un barocco che più barocco non si può. Nel Sacro Cuore di Maria è capace di riunire tutte le espressioni del medioevo. Ma quando gli è data un po’ di libertà in più, tira fuori bizzarrie come la fontana dei dodici mesi o le decorazioni di Porta Nuova. Elementi decorativi non molto diversi da quelli storicisti, si sovrappongono a schemi liberi e innovativi.

1892 ’98 – C. Ceppi – Casa Bellia – Atrio

In questo caso, compaiono per la prima volta in Italia alcuni squisiti bow-window sormontati da ariose torrette di forma del tutto inusitata.

Alla ricercatezza dell’edificio si oppone però la voluta banalità del suo atrio. Quasi stanco, esso è ridotto a un corridoio di modestissime dimensioni. Il soffitto è piatto senza nemmeno far finta di essere di legno; le decorazioni sono quasi dozzinali. La porta a vetri terminale non ha alcuna pretesa estetica. Si dubita addirittura che sia stato lo stesso architetto a disegnare questi dettagli. Il tema dell’atrio sembra essere definitivamente tramontato. Le ricerche sull’abitare si stanno spingendo in altre direzioni: nel taglio degli appartamenti, nel rapporto con l’esterno, nello spazio da concedere alle nuove tecniche costruttive.

1900 – C. Ceppi – Casa Priotti – C. Vittorio  52

L’ascensore

Sarà così lo stesso Ceppi, all’alba del nuovo secolo, a proporre un atrio del tutto diverso dal solito: quello di Casa Priotti, in corso Vittorio Emanuele 52. Qui ci si concentra sul vero elemento di novità inserito nel palazzo: l’ascensore. Macchina miracolosa che sta rivoluzionando l’architettura di Chicago, diventerà protagonista degli atri anche torinesi. Piazzata con entusiasmo al centro delle scale, ne diventerà la compagna inseparabile, fino a superarle in importanza e in qualità estetica.

L’art nouveau

L’ottocento si conclude nel secolo successivo, con un po’ di ritardo. E’ difficile infatti parlare dell’art nouveau come di un fenomeno del ventesimo secolo.

1907 – G. Fenoglio – Casa Bellia

Tra le luci elettriche del Ballo Excelsior e l’esposizione universale del 1902, alcuni architetti danno vita a un nuovo repertorio figurativo. Abbandonano, anche se non del tutto, le tentazioni storiciste e si rivolgono unicamente alla fantasia. Ma non cambia sostanzialmente il modo di progettare. Quando sono chiamati a costruire edifici a cortina, obbediscono alle tipologie esistenti, limitandosi a ornarle con cornici, mensole, finestre di foggia nuova.

E’ però impossibile non lasciarsi colpire dalla novità di questi particolari, dall’inedito assoluto di curve ispirate al mondo floreale, dall’uso spensierato di ferro, vetro e legno piegati con facilità. Colori allegri entrano anche negli atri torinesi, pur non alterandone i caratteri tipologici ma reinterpretandoli alla luce di un sentimento positivo, di modernità.

Sentimento che cesserà prestissimo con lo scoppio della Grande Guerra. Dopo, si imporrà un ripensamento radicale della società, delle sue strutture, dell’architettura. E non sempre saranno pensieri positivi.

La galleria di immagini che propongo qui di seguito non è certamente esaustiva. Sono troppe le case costruite nel diciannovesimo secolo. Ho cercato di soffermarmi sui casi “di passaggio”, evitando casi quasi identici. Ho operato una selezione che non fosse improntata solo sull’effetto estetico.


 

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