Massimo Battaglio

Abitare la terra
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L’atrio torinese – 3° Il Novecento

Il novecento architettonico comincia, anche a Torino, tra fortissime tensioni. C’è la fazione degli architetti del Liberty; e ci sono i tradizionalisti. Gli uni si fanno strada nel mercato immobiliare più selezionato; gli altri dominano la scena dell’edilizia corrente. Le committenze pubbliche stanno senza dubbio dalla loro parte. Le nuovi istituzioni di Stato, la Questura, l’Intendenza di Finanza, le Poste, le aziende della luce, hanno bisogno di palazzi che celebrino la loro potenza. E la potenza si esprime in forza di colonne corinzie, ingressi con atrio marmoreo presi di peso dal repertorio neoclassico e neobarocco.

1915 – C. A. Ceresa – Palazzo della Luce

Dopo la grande guerra

il liberty si dissolve. Non c’è più l’ottimismo necessario, non si ha più voglia di scherzare. Quanto ai tradizionalisti, ci mettono poco ad andare in pensione, scalzati da una nuova generazione di professionisti che reclama, con le buone e non solo, di prendere proprio posto. Si formano nuove avanguardie: i futuristi, che però non riusciranno mai a concretizzare i loro proclami traducendoli in mattone. Finiscono male, intruppati dal regime fascista, unico che dà lavoro. Le loro ricerche sul dinamismo, faranno comodo per costruire il mito dell’uomo nuovo, con tutta la sua utopia e la sua violenza.

1929 ’31 – C. Costantini – Casa Centrale del Balilla

Il decò e lo stile littorio

Tutto quel che resta dell’art nouveau sembra essere riassunto nella lezione viennese di Loos: “l’ornamento è delitto”. L’atrio tipico del nuovo palazzo fascista (perfettamente interpretato nella Casa Centrale del Balilla) è un’esperienza di pulizia totale, un mondo al di là del reale, privo di mediazioni e persino di colore. Il fascismo vede in bianco e nero.

1929 ’31 – V. Ballatore di Rosana – Istituto Galileo Ferraris

Alcuni si rifugiano nell’art decò. Ma è sono un tentativo per ingentilire architetture che nemmeno i progettisti erano riusciti a immaginare così sgradevoli. Si ha il sospetto che certe piccole ghirlande e statuine, o certe timide allusioni al repertorio decorativo d’oltre oceano, servano più che altro per ingraziarsi ebanisti e marmorai. Segnalo tra tutti l’atrio dell’hotel Principi di Piemonte.

1938 – Hotel Principi di Piemonte

I temerari

Ci furono alcuni pochi architetti che, anche nell’Italia fascista, riuscirono a ritagliarsi uno spazio di autonomia. E, ironia della sorte, furono talmente sottili da riuscire a lavorare proprio per il regime.

1938 – M. Passanti – G. Perona – Gruppo Rionale Fascista Porcù Del Nunzio

Sono da ricordare Giuseppe Terragni, Clemente Busiri Vici con le sue “Navi” di Cattolica, o il primo Ignazio Gardella, Giuseppe Pagano, i BBPR e, a Torino, Giuseppe Perona e Mario Passanti.

Il “Gruppo Rionale Fascista Porcù Del Nunzio” di Passanti e Perona, è  l’edificio più antifascista costruito a Torino in quegli anni. Un’autentica beffa, vista la sua funzione. L’atrio, falsamente celebrativo, trasmette tutt’altre sensazioni. Non più facciata e non ancora abitazione, è il luogo in cui si addensano le maggiori riflessioni dell’architettura su se stessa. E allora guarda alla storia, ma non a quella romana. Preferisce ammiccare alle cascine appena adiacenti e alle loro forme dialettali. Si lascia tentare da un pavimento dal disegno decò ma non lo realizza in marmo. Preferisce piccole piastrelle di grès in due colori: come nelle case municipali appena costruite non lontano da lì.

Impossibile guardare quest’architettura senza pensare alle “Piazze d’Italia” di De Chirico.

1950 – C. A. Bordogna – Casa Garavoglia

Il dopoguerra

Nei primi anni del dopoguerra, gli architetti torinesi sembrano presi da due forti preoccupazioni: negare tutto ciò che è stato il “ventennio” e recuperare il terreno perduto. Riallacciano rapporti internazionali, leggono e scrivono riviste, fondano associazioni. Aderiscono con fin troppo entusiamo all’international style o al movimento organicista. Assumono il “moderno” da cui erano stati esclusi, quasi come un nuovo codice a cui attenersi.

Non è il momento di cotruire grandi atrii poiché le urgenze sono altre. Si tratta di progettare case popolari e ricostruire edifici bombardati, talvolta sopraelevandoli anche con mestria.

Un caso fortunato è il piccolo atrio di Casa Garavoglia, di Carlo Bordogna, in corso Galileo Ferraris 63. Ormai slegata la funzione dell’androne da quella di passo carraio, l’ingresso diventa occasione di piccoli divertissement. Forme depurate di qualunque retorica, si prestano a fare da supporto a un campionario di nuovi materiali. Compare il marmo ma anche, per la prima volta, l’ottone cromato. I pilastri, lasciati in bella vista, si trasformano in autentiche opere d’arte.

L’epopea di Jaretti e Luzi

L’ubriacatura tardo-razionalista dura poco. Gli architetti della nuova generazione, dal movimento moderno hanno imparato l’essenza, non le forme. E dunque ricercano spazi di libertà e di espressione rifiutando qualunque tipo di codifica, compresa quella di “moderni”. Jaretti e Luzi rappresentano in pieno le precoci tendenze anarcoidi (o forse solo un po’ dandy) dei giovani dei primi anni cinquanta. E avranno fortuna.

1954 ’59 – S. Jaretti, E. Luzi – Casa dellObelisco

Nella Casa dell’Obelisco, l’atrio diventa un compresso monumento all’informalità. Un po’ fuori e un po’ dentro, come una camicia indossata male, concludono il disegno di una casa stramba, che sa tanto di Gaudì.

1962 ’65 – S. Jaretti e E. Luzi – Casa in via Curtatone

Nella succesiva casa di Via Curtatone angolo corso Moncalieri, sembrano ancora più impazziti. Aderiscono alle idee di Le Corbusier sul piano “pilotis” ma lo interpretano a loro maniera. L’atrio deve proseguire il giardino, d’accordo. Ma allora si trasforma diventando un giardino di pietra e acqua.

Il risultato è una sorta di spazio tutto-pieno, dove gli abitanti – e soprattutto gli ospiti – non hanno da far altro che guardare e godere.

1966 – S. Jaretti e E. Luzi – Torri Pitagora

Nell’ atrio delle Torri Pitagora, i nostri riproporranno lo stesso concetto più in grande. Spazi un po’ più distesi ma materiali ancora più audaci, come il cemento a vista, allora pressoché inconcepibile, compongono un paesaggio che vuol’essere strabiliante. E ci riesce con eleganza.

Forti di queste esperienze, Jaretti e Luzi diventeranno forse i maggiori disegnatori di atri sul mercato torinese degli anni sessanta. Sono da ricordare le loro case di via Borgofranco, stretta parente degli esercizi precedenti, di Via Saluzzo, dall’interno strabiliante completamente rivestito di specchi e, più avanti, di Via Ormea 3, dove il mattone viene soppiantato dal blocchetto cemento con argilla espansa.

1958 – A. Cavallari Murat, R. Gabetti, A. Isola – Case INA alle Vallette

Gabetti e Isola,

la poesia della discrezione.

Mentre Jaretti e Luzi si dilettano in abitazioni borghesi, i coetanei Gabetti e Isola colgono la sfida di cimentarsi in case popolari.

Una coincidenza fortunata li vuole tra i più giovani protagonisti del nuovo quartiere delle Vallette.

1958 – R. Gabetti e A. Isola – Case INA alle Vallette

Si tratta di lavorare col nulla e dargli una forma dignitosa. Forma che si genera, paziente, nel complesso disegno compositivo, nell’alternarsi di riferimenti figurativi agresti e nobiliari, nella definizione di ogni più povero dettaglio.

L’atrio è una sorta di pilotis dissimulato, che definisce una corte stranamente monumentale. Intorno, si affacciano gli androncini di ogni singola scala: spazi minimi, giocati con materiali ordinari combinati con aristocratica umiltà.

Curiosamente, Gabetti e Isola non disegneranno più atrii degni di nota in Torino, fino all’opera postuma dell’Hotel Santo Stefano, del 2006, firmata dagli allievi dell’Isola Project.

1959-60 – C. Mollino – Dancing Lutrario

Eleganza senza freni

Il vero genio sregolato dell’architettura torinese è senz’altro Carlo Mollino. Provocatore e irriverente come un Salvator Dalì, raggiunge però risultati di un’eleganza senza freni, mai più arrivata.

Tra le sue prime opere è da ricordare l’Auditorium Rai, con un atrio rivestito dei materiali più svariati purché luccicanti. Segue il Dancing Lutrario, dall’atrio rivestito in maioliche sgargianti.

Ma l’atrio molliniano per eccellenza è quello del Teatro Regio. Lo spazio è sdoppiato in due: una parte esterna e una interna. La parte esterna è un grande ambiente che prosegue i portici di piazza Castello esplodendo in un’enorme galleria. Una gigantesca vetrata lo separa dal foyer interno. Alla base della vetrata, una serie di piccole porticine permettono l’ingresso. Qui, lo spettatore scopre uno spazio altrettanto smisurato ma riempito di scale e aeree passerelle che forniscono infinite visuali. Nobili velluti rossi, finiture in ottone e grandi strutture in cemento modellato come burro, modulano sinuosi scenari quasi fiabeschi.

1967 ’73 – C. Mollino – Teatro Regio – Foyer

Chiostri vetrati

L’invenzione della tipologia edilizia della palazzina “per residenze e uffici” imprime un’ulteriore svolta nelle forme e nei caratteri distributivi dell’atrio.

1960 – G. Becker e G. Rosental – Palazzina uffici via Pomba 25

Da un unico ingresso si devono servire più scale, disposte a distanze anche considerevoli l’una dall’altra. Il problema può essere risolto in due modi.

Il primo consiste nella costruzione di un grande atrio che copre l’intero cortile interno, generando una sorta di halle. Un esempio illustre è quello di Gualtiero Casalegno nella sede delle Cartiere Burgo.

L’altro consiste invece nel proseguire lo spazio dell’atrio in una sorta di deambulatorio vetrato che gira intorno al cortile interno. Come in un antico chiostro che circoscrive un giardino proibito. Il primo esempio del genere è quello di Gino Becker e Giuseppe Rosental nella Palazzina per uffici in via Pomba 25.

1970 – Palazzina in Corso-Galileo Ferraris 2

Altra realizzazione interessante dello stesso Becker è la palazzina di Corso Gelileo Ferraris 2.

Serramenti portanti in sottilissimo acciaio cromato, definiscono il contorno frastagliato di un doppio giardinetto irraggiungibile. Il pavimento smagliante è disegnato in modo da suggerire le direzioni di percorrenza. La perfetta coincidenza tra sostegni verticali, giunti del pavimento e del controsoffitto, fanno pensare all’eredità di Mies Van Der Roe.

Non è una realizzazione molto considerata dalla critica ma, credo, a torto. A mio parere si tratta infatti di un’invenzione tipologica interessante, eseguita con essenzialità, libertà di disegno e attenzione al dettaglio.

1970 circa – Via Fortunato 4

Tanto a metro cubo

Gli anni sessanta sono anche quelli della crescida forzata della città. La popolazione raddoppia; si va a metro cubo. Case realizzate in fretta e progettate ancora più rapidamente, riempiono tutto il territorio comunale. Manca la manodopera intellettuale. I progetti si fanno in serie, affidati di fatto ai geometri di studio, e si lasciano incompleti. Saranno gli stessi impresari edili a decidere i dettagli, dai materiali di facciata al disegno dell’atrio. Tonnellate di marmo vengono spalmati sulle pareti di migliaia di androni dal disegno più banale possibile. Soluzioni tipologiche speculative, come quella del “pilotis seminterrato” riducono il moderno a un codice al servizio della rendita edilizia. Sembra la fine dell’architettura.

1970 – P. Derossi – Scuola Materna a Torino

L’edilizia di qualità, dal disegno meditato, è sempre più rara in rapporto al costruito e interessa solo eccezionalmente il tema dell’abitazione.

Un terreno di sperimentazione interessante sono invece le scuole, spesso costruite volutamente in serie, riadattanto più volte lo stesso progetto per permettersi una progettazione più approfondita. Le scuole costruite a Torino tra la fine anni ’60 e inizio ’70, recuperano il gap rispetto alle esperienze estere. Si riflette sugli spazi comuni, sul ruolo educativo della forma architettonica. Vengono inventate soluzioni  inedite e “popolari”. Si crede a una “architettura  democratica”.

Ma il ruolo centrale dell’architettura è ormai perso. Per ritrovarlo bisognerà attendere la fine del millennio. E non perché l’arte sia tornata a interessare ma semplicemente perché l’edilizia ha perso mercato. Si costruisce pochissimo; dunque, è possibile che una buona metà del costruito sia costruito bene. L’altra metà, no.

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