Massimo Battaglio

Abitare la terra
Progetti

Progettazione uno punto zero

Nel lontanissimo 1989

al corso di Progettazione Architettonica 1, prof. Daniele Vitale, l’esercitazione annuale consisteva nel recupero di un isolato del centro di Torino, ancora caratterizzato da un grande vuoto generato dai bombardamenti del ’42. Le case superstiti (molto belle), di diverse epoche, rivelavano tutta la storia della città: generalmente ristrutturate tra il sei e l’ottecento, conservavano però l’impianto gotico a cellule in profondità, che si era sovrapposto alla castrametrazio romana. Lavorammo a partire da queste suggestioni.
Purtroppo, avendo ottenuto un bel 30 e lode, il professore si tenne i disegni – bellissimi, tutti finiti all’acquerello (quel simpatico mattacchione!) . Ho provato a rifarli a memoria, a tempo perso, con pochissime varianti.

Il disegno urbanistico

All’epoca, i corsi di progettazione avanzati, a Torino, prevedevano un’esercitazione a varie scale. Si cominciava con un disegno di sistemazione urbanistica; poi se ne sviluppava una o più parti a seconda delle dimensioni del gruppo di lavoro; quindi si passava a particolareggiare i momenti chiave delle parti sviluppate. In questo caso, la progettazione urbanistica riguardava la zona delle Porte Palatine, tema che aveva interessato, spesso con scarsi risultati, generazioni di architetti.

Non era permesso intervenire sul “Palazzaccio” dei Lavori Pubblici perché veniva ritenuto un tema troppo difficile. In compenso, eravamo tutti ossessionati dalla necessità di chiudere il quarto lato di piazza San Giovanni. Alcuni previdero un semplice portico continuo, altri disegnarono una specie di contorno piuttosto pesante all’area archeologica. Walter Pirillo ed io ci lanciammo in una sottile galleria panoramica e commerciale che partiva da via Porta Palatina e terminava sui resti dell’anfiteatro romano.

Eravamo tutti un po’ postmoderni, nel senso che ci rifugiavamo in un repertorio  figurativo piuttosto facile da dominare, un po’ nostalgico e un po’ “di rottura”. Ma qualcosa di buono è rimasto da quegli esercizi. Soprattutto il senso civico che serve a non confondere la progettazione con un esercizio di esibizione muscolare; il territorio come palcoscenico per architetti.

La “cellula gotica”

Ci eravamo messi nella testa che, nell’isolato prescelto, fosse ancora perfettamente leggibile la tessitura gotica per cellule sviluppate in profondità. Maniche successive parallele al fronte strada, unite da maniche più strette trasversali, confermavano sicuramente l’ipotesi.

E, non so più per quale ragionamento, ci eravamo imposti di riproporre la stessa tessitura nella progettazione del nostro completamento.

Il nuovo Santo Stefano si sarebbe quindi presentato come una successione di unità formate da una “torre” di appartamenti verso strada, e una più interna, collegate da un corpo scala bislungo. Al centro, si sarebbero generati dei minuscoli cortiletti. Dopo lunghi dibattiti con Vitale, ci permettemmo di accostare le unità per simmetria, in modo da raddoppiare le dimensioni dei cortiletti. Lui avrebbe voluto un impianto più rigoroso. La commissione d’esame gli fece notare che, per fortuna, tra i suoi studenti c’erano anche dei disobbedienti.

Schema planivolumetrico, sezioni e prospetti.

L’intervento avrebbe ricostituito l’unità dei fronti dell’isolato, rispettando i fili dei cornicioni delle case circostanti.
Il rapporto di copertura sarebbe stato un po’ inferiore a quello originario. Le dimensioni dei cortili, un po’ superiori a quelle primitive. Per favorire il soleggiamento dei cortiletti e sfruttare meglio la superficie coperta, il piano terreno fu in gran parte invaso da un volume a un piano a destinazione commerciale, in modo da alzare il piano di pavimento.

Piani interrato e terreno; fronte nordest

Come detto, il piano terra era caratterizzato da una piattaforma commerciale che unisce le maniche dell’edificio. Al centro dei cortiletti si sarebbero aperti cavedi vetrati di pertinenza delle unità commerciali. Autentici “pozzi” di luce.

Per le facciate… ci piaceva tanto Loos. Devo riconoscere che questo modello di progettazione ci tenne lontano dal trattare i prospetti in modo troppo unitario, scongiurando risultati ancor più pesanti di quello qui ottenuto.

Piano tipo e piano ultimo

Ciascun corpo scala, disposto trasversalmente rispetto alle maniche, avrebbe servito tre o quattro alloggi distribuiti a “falso ballatoio”. Sarebbe a dire che l’accesso avveniva da un ballatoio, o meglio da una loggia, ma le porte d’ingresso erano sempre prospicenti a una scala, per cui non si rendeva necessario passare davanti a casa d’altri per raggiungere casa propria.

I tagli degli alloggi

erano da una, due e tre camere più soggiorno, cucinotta e uno o due bagni. Bagni quasi tutti ciechi per inderogabile imposizione del professore. Imparammo a disegnare appartamenti dal taglio diritto, con camere assolutamente rettangolari, piante quasi rigorosamente simmetriche. Fu da lì che capii che è molto più difficile la progettazione di una casa perfettamente cubica, che quella di un “movimentato” sgorbio dietro cui si nascondono banali incertezze.

I cortiletti

Nel gioco di evocazioni passatiste, decidemmo che non ci saremmo accontentati di disegnare cortili di ringhiera. Provammo a ricordare anche il tema della corte nobiliare, con le sue logge in muratura, i pilastri che suggerivano un ordine gigante, i marcapiani. E i gerani. Perché Loos aveva tollerato gerani sulle sue facciate come tutta decorazione. E noi anche.

La successione dei diversi cortiletti avrebbe dato origine a un panorama un po’ carcerario. Ma il gioco consisteva anche nel non preoccuparci di questi dettagli.

In Compenso, i corpi scala relativamente trasprenti, avrebbero dilatato le luci. Si sarebbe così suggerita una possibile ripetizione dello schema all’infinito.

Per smorzare l’effetto “severità”, prevedemmo tetti in legno, le cui travature avrebbero contrappuntato il ritmo dei pilastri, dimezzandolo. In legno pure i serramenti, che avremmo voluto chiusi con persiane a stecche, che però ci guardammo bene dal disegnare

Il cortile interno

Lo spazio più interno dell’isolato sarebbe stato un giardino unico, il cui spazio sarebbe stato suddiviso in aiutole che avrebbero ripetuto lo schema delle unità di partenza. Al centro di ciascuna aiutola, un albero di pruno. Sulle pareti cieche restanti, grandi edere senza tante preoccupazioni.

Qui fu ammesso il balcone di ringhiera, coi suoi modiglioni riproposti in ferro, e i suoi montanti sospesi alle travi del tetto.

Continuo a pensare che avremmo dovuto avere il coraggio di disegnare quelle dannate persiane a stecche. Mi sono sempre mancate tanto!

Dentro

Avevamo enunciato due temi: la corte a logge in muratura, e il cortile di ringhiera. Nei cortili più interni, li proponemmo tutti e due: uno nella manica di chiusura e l’altro in quella interna.

Volevamo fare di tutto per evitare spazi soffocanti. Così collegammo i diversi cortili interni sospendendo su pilotis le maniche costruite. Ci piaceva l’idea di uno spazio comune fluente e trasparente.

Il pozzo

Ci piacevano tantissimo quei pozzi di luce, che avrebbero generato una sospensione non solo dell’unità dei cortili, ma anche negli interni dei negozi.

Si sarebbero presentati come teche di cristallo al centro degli spazi commerciali, contenenti minuscoli paesaggi artificiali trattati a giardino.

Come andò a finire

La progettazione del recupero di Santo Stefano non fu mai affidata a Daniele Vitale (che forse non ci teneva nemmeno). L’incarico fu dato a Aimaro Isola, che costruì il bell’Hotel Santo Stefano che vediamo oggi. E noi restammo a guardare dai vetri dei nostri pozzi luce immaginati.

Ma avevamo imparato moltissimo. Forse anche a non fare troppo i furbi.

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