Massimo Battaglio

Abitare la terra
Attualità e riflessioni

Crocifisso o complemento di arredo?

Di tanto in tanto si riapre la diatriba sul crocifisso (minuscolo perché parlo dell’oggetto, non del Signore appeso all’oggetto). Ma mai questo dibattito ha conosciuto la virulenza di questi giorni. Mi sento in dovere di dire cosa ne penso. Parto da lontano.

La prima volta

II/III sec. Crocifisso palatino

che la raffigurazione di un crocifisso compare nella storia, pare essere quella del “graffito palatino” ritrovato a Roma e risalente al secondo o terzo secolo. Non si tratta di un’immagine devozionale ma di una pasquinata, una vignetta satirica sulla parete di un’aula didattica. Vi è rappresentato un uomo in croce con una testa d’asino, mentre un altro uomo lo guarda con venerazione. La scritta che accompagna la scena dice: “Alessameno adora il suo dio”. L’intento del writer è di deridere un conoscente cristiano, facendogli notare che il personaggio che lui adora come Dio è un povero diavolo morto nel più infame dei modi, peggio di un asino. E non ha nemmeno tutti i torti.

Il fatto che non esistano immagini del crocifisso antecedenti a questa, può significare due cose. La prima è che i primissimi cristiani seguissero ancora il precetto ebraico di non raffigurare la divinità. La seconda è che ritenessero il crocifisso come una faccenda troppo seria per essere ridotta a immagini. Sicuramente non era un distintivo.

IV sec. Sarcofago di Domitilla

Il sarcofago di Domitilla

Le prime croci in chiave “seria” compaiono su alcuni sarcofaghi  della Roma del quarto secolo. Ormai la religione cristiana è legittima. Addirittura l’imperatore è cristiano. L’impero tutto si avvia alla cristianizzazione. Il tema del crocifisso tarda però ad affermarsi in senso naturalistico.

Sul sarcofago di Domitilla compare una croce ai cui piedi stanno gli apostoli, ma l’immagine di Gesù è assente. O meglio: l’uomo della croce è ancora rappresentato sotto forma di monogramma. E’ il “Chrismon” o “Chi Rho”, combinazione di lettere greche che formano l’abbreviazione di Khristos. Il simbolo è arricchito da una “ruota cosmica” di derivazione egiziana. Il significato è abbastanza chiaro: Cristo, il messia, è re dell’universo. Ma la sua regalità discende dall’aver vinto la morte attraverso la propria stessa morte, che è avvenuta in croce.

Il tema del crocifisso, ovvero di Gesù vittorioso sulla morte, è quindi giustamente associato alla custodia di una donna morta. Come un augurio.

V sec. Crocefissione in Santa Sabina

Crocifisso senza croce

Circa un secolo dopo, compare il primo Gesù crocifisso in chiave realistica. Si tratta della “formella della crocefissione in Santa Sabina”. E’ intagliata in uno dei ventotto riquadri del portone di legno di cipresso della basilica paleocristiana sull’Aventino. E’ una crocifissione senza la croce. Gesù, attorniato dagli altri due crocifissi che lo accompagnarono al Calvario, cioè i due “ladroni”, tiene le braccia aperte. Ma, a differenza degli altri due personaggi, non è inchiodato al patibolo. Forse l’autore intende significare che la croce, per Lui, non è che un passaggio. Forse gli preme di rappresentarlo già risorto, per indicare che noi viviamo ai tempi della risurrezione.

VI sec. Croce di S. Apollinare in Classe, Ravenna

Croce senza Crocifisso

La tensione tra la rappresentazione di Gesù morto e risorto produce, ancora nel VI secolo, invenzioni iconografiche piuttosto ardite. In Sant’Apollinare in Classe, l’abside è per gran parte decorato da una grande croce, al centro della quale compare il volto di Gesù, ma è un Gesù glorioso, benedicente: pantocratore.

Intorno alla croce ricompare il cerchio cosmico. Lo spazio in esso racchiuso è trattato appunto come un cielo trapuntato di stelle.

Non è la prima volta che la croce viene rappresentata come oggetto quasi astratto: più che uno strumento di morte, un pretesto di riflessione. Nella sua essenzialità, il segno della croce si presta infatti ad ampie speculazioni non solo su Gesù ma sul destino dell’universo.

La croce è infatti il segno geometrico più economico che si possa immaginare: due sole rette, incrociandosi ortogonalmente, hanno il potere di dividere l’universo in quattro parti uguali. Se sono ben orientate, l’una congiungerà il nord col sud, le tenebre col mezzogiorno. L’altra segnerà i punti dell’alba e del tramonto. Se invece la croce è in piedi, l’asta verticale congiungerà il cielo con la terra mentre il patibolo abbraccerà idealmente tutto il mondo.

VII sec. Croce d’oro longobarda

Le proprietà geometriche

della croce sono probabilmente l’elemento principale che determina il grande successo del tema iconografico del crocifisso. Tanto che esso passa abbastanza rapidamente da immagine devozionale di carattere liturgico, a oggetto personale di carattere ornamentale.

La cultura longobarda, da sempre attentissima alla produzione di gioielli dai tratti fortemente simbolici, dà vita ai primi monili a forma di croce. L’immagine di Gesù crocifisso portato sul petto diventa quasi un amuleto; sicuramente un oggetto di buon augurio.  Ed è sempre così composta: i due tratti della croce finemente decorati e, in centro, il volto di Gesù inserito nel cerchio cosmico.

Mi piace notare che, finora, il crocifisso rimane comunque nella sfera strettamente religiosa. A volte qualifica l’edificio in cui i cristiani realizzano il massimo della loro comunione, cioè la chiesa. Altre volte viene portata sul corpo. Sempre però parla unicamente della fede in cui si riconosce un gruppo o una persona. Mai parla di politica o di identità culturale e nazionale. La politica usa altri simboli. Sono altri gli attributi iconografici di re e imperatori.

anno 1000 ca. Milano, Croce di Ariberto

Croce e Crocifisso

Il Crocifisso di Ariberto conservato nel museo del duomo di Milano è una delle relizzazioni più antiche in cui si riporta il Cristo con fattezze realistiche inchiodato alla croce. Ariberto condusse la diocesi di Milano nel passaggio dell’anno Mille, momento di rinnovamento culturale in cui l’umanità cristiana si liberò di non poche superstizioni, a cominciare da quelle sulla paura della fine del mondo.

La croce su cui è posto Gesù è piuttosto enfatica, non tanto per una questione simbolica ma perché deve essere vista da lontano. Alcuni simbolismi compaiono però ai suoi estremi. Ai piedi lo stesso committente, Ariberto, che rappresenta la chiesa terrena. In alto le figure del sole e della luna, emblemi del firmamento e della chiesa celeste. Gesù è sospeso tra queste due realtà: discende dal cielo come dono di g ,razia, e al cielo ritorna come sacrificio per l’umanità. Alle due estremità del patibolo si vedono le figure di Maria e di Giuseppe (o piuttosto di Giovanni?) a sottolineare l’abbraccio universale che Gesù concede a tutti gli uomini.

1280 ca. Cimabue, Crocifisso di Santa Croce a Firenze

Il Cristo non è più vittorioso

come nelle esperienze precedenti. E’ rappresentato nell’atto preciso della morte: quando, secondo il racconto evangelico, “chinato il capo, spirò” (Gv 19,30). Nel racconto di Giovanni, questo è il momento in cui “tutto è compiuto”.

Intorno al volto di Gesù compare una seconda croce: quella che ripartisce l’aureola, suggerendo ancora una volta che la sua luce è destinata a illuminare tutte le genti (Lc 2,32), “fino ai confini della terra” (At 1,8). Sopra si legge per la prima volta il cartello composto da Pilato: “Jesus Nazarenus Rex Judeorum” (Gv 19,18). Gesù compie la sua missione regale.

Ma ancora una volta: non è un Gesù politico. A uno scultore che conosce così bene e raffigura fedelmente i passi della passione, non può sfuggire che Gesù, poche ore prima della morte, aveva detto a Pilato: “il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). E infatti, la leggenda che vuole che questa fosse la croce del carroccio, è del tutto falsa. All’epoca di Alberto da Giussano essa fu accuratamente nascosta per sottrarla dai disordini. Naon è dato sapere se, sul carroccio, vi fosse davvero qualche croce. Sicuramente non era monumentale.

1440 ca. Beato Angelico – Firenze – S. Marco – Crocefissione

Crocifissi famosi

Nei secoli successivi, la croce si semplifica fino a diventare del tutto realistica. Se Cimabue a Firenze propone ancora una croce piuttosto geometrizzata, il Beato Angelico dipinge i due legni così come sono. Se gli autori gotici usano ancora figure secondarie con funzione simbolica, quelli rinascimentali inseriranno queste figure ai lati della croce, staccati.

Spesso, tra i personaggi che attorniano Gesù, c’è sua madre. Talvola è affiancata da Giovanni, a ricordare la frase “madre, ecco tuo figlio” (Gv 19,26) del vangelo scritto dall’apostolo medesimo. Più tardi si affermerà l’usanza di sostituire Giovanni con il committente dell’opera.

1637 – Guido Reni – Crocifissione

Talvolta Gesù continua a essere rappresentato nell’atto della morte; altre volte in quello di pronunciare le sue ultime parole. Molto più tardi, Guido Reni lo ritrarrà con lo sguardo verso l’alto, nel momento in cui si consegna al padre: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc  23,46). Mai però in atteggiamento glorioso, potente. Il suo sguardo deve stimolare pietà, accendere amore. E sarà proprio per la sua estrema delicatezza, che il Gesù di Reni diventerà l’icona del Cristo per eccellenza. Mille volte riprodotta in stampe, incisioni, santini, la si porterà con sè in borsa o riprodotta su una medaglietta da porre sul cuore.

Mai il Gesù della croce è stato simbolo di vittoria armata, di prepotenza, di odio. Pare che nemmeno Costantino abbia mai pronunciato la famigerata frase “in hoc signo vinces”.

L’uso del crocifisso

Se si eccettua l’esperienza vergognosa delle crociate, l’icona di Cristo crocifisso non fu mai usata per scopi non religiosi fino a tempi molto recenti. E, anche in quel caso, i soldati che partivano per il Santo Sepolcro si limitavano a ornare scudi e mantelli col solo segno geometrico della croce. Mai si sognarono di riprodurre l’immagine di Gesù.

E in ogni caso,l’uso che i popoli cristiani fecero del crocifisso fu sempre molto parco. Lo si poneva dentro le chiese, preferibilmente in unica copia, o sui loro tetti, per confermare la funzione dell’edificio. Talvolta si osava piantarlo sulle cime delle montagne come per renderne sacra la vetta. Altre volte compariva ai crocicchi delle strade come segno di protezione dei viandanti. Mai furono appese croci alle mura delle città o nelle sale dei troni o dei consigli, molto raramente comparirono nelle aule di giustizia, se non in tempi moderni.

La pietà popolare ha talvolta voluto connotare qualche santuario naturale con grandi profuzioni di croci, ma esse non hanno mai indicato altro che un sentimento religioso.

Sialuiai (Lituania) collina delle croci

Salvini

L’uso del crocifisso proposto in questi giorni dal ministro degli interni come elemento di distinzione della cultura nazionale italiana è una novità. Ha un unico precedente nella legislazione fascista degli anni ’30. Almeno dal punto di vista iconografico, si tratta di una vera e propria eresia.

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