Massimo Battaglio

Abitare la terra
gioielli nascosti

La Val Varaita e i suoi portali medioevali

La Val Varaita è uno di quei posti in cui si capisce che la decadenza può far bene alla storia.

All’estremo sud delle Alpi Cozie, la valle che congiunge Saluzzo al colle dell’Agnello, fu per secoli un intenso luogo di transito per le merci che dalla Provenza venivano in Piemonte. Merci essenziali, irriunciabili, come il sale. La “via del sale” che partiva dalla Camargue, entrava in Italia proprio attraverso la val Varaita, che, nella sua brevità, permetteva di proseguire il tragitto in piano. Per questo, era una valle relativamente ricca, come testimoniano i numerosi reperti antichi che vi si possono ritrovare.

Una val Varaita

di questo genere non poteva che essere molto contesa. I marchesi di Saluzzo ne detenevano i diritti fin dall’unicesimo secolo ma altri ne reclamavano in continuazione il controllo. Prima i Saraceni, poi gli esponenti dei rami collaterali della stessa casata saluzzese, poi ancora i lontani parenti del Delfinato francese… Tutti avanzavano pretese sul colle dell’Agnello. Finché, nel 1479, Ludovico II del Vasto, in un momento di particolare splendore per il suo piccolo stato, tagliò corto. Fece costruire un piccolo traforo nel Monviso, quasi un “buco” che però avrebbe permesso i commeci con la Francia in modo atrettanto comodo ma escludendo la Val Varaita. La nuova strada del sale sarebbe da allora passata un po’ più a nord, nella valle Po. Per la val Varaita fu l’inizio di un rapido e inesorabile declino.

Le conseguenze del Buco di Viso furono  immediate anche sul paesaggio, e in particolare sul paesaggio costruito. Fino allora si erano visti crescere piccoli borghi con case di buona fattura (molte sono ancora in piedi), chiese non grandi ma squisite. Ovunque proliferavano pitture e ornati. Poi più nulla. Mentre il resto del Piemonte si avviava verso secoli luminosi, preparandosi al barocco, qui, il panorama rimase congelato al quattordicesimo secolo.

Il romanico e il gotico di montagna

Da nessun’altra parte del Piemonte (e bisogna girare largo anche fuori dalle nostre terre) si sono conservate vestigia medioevali significative di costruzioni piccolissime come in val Varaita. Quasi tutto il medioevo, salvo i casi più monumentali, è stato sistematicamente obliterato dai trionfi del settecento. Qui no. In val Varaita si conserva tutto. E la ragione è semplicissima: mancavano i soldi. E non c’era neanche l’interesse per andare a costruire nuovi monumenti, in un posto in cui non passava più nessuno. Così, la val Varaita ci permette oggi di capire com’era il medioevo “di tutti i giorni”, quello lontano dalle cattedrali ma comunque impregnato di raffinatezza e cultura.

Invito con questo articolo a fare un giro da Saluzzo a Chianale e ritorno, soffermandosi sui portali delle chiese.

Chianale: chiesa di sant’Antonio

Il borgo più alto della val Varaita è Chianale, a metri 1797 s.l.m. Abitanti 214. Un minuscolo tripudio di arte tardo-romanica.

La chiesa di sant’Antonio fu costruita nel XIV secolo, in due momenti: prima la parte anteriore, poi l’abside.

Sul davanti conserva un piccolo portico interamente affrescato che racchiude il tipico portale strombato a colonnine, in pietra verde e gialla, a fasce alternate.

I capitelli non si sono conservati particolarmente bene. Anzi: sono completamente sfigurati. Stessa sorte hanno subito le due mensole antropomorfe che fiancheggiavano l’architrave della porta. Probabilmente erano decorati con testine umane. Almeno: così potrebbe essere per analogia con tutti gli altri portali presenti negli altri borghi.  Più leggibili sono le ghirlande che adornano le cornicette tra colonnine e archi. Si tratta di un tralcio continuo di vite a bassissimo rilievo, con pampini nella parte inferiore e grappoli in quella superiore. La lunetta ha subito una ridipintura in epoca tarda. Sicuramente era già affrescata in epoca medioevale.

Nonostante la pesante inferriata inserita davanti al portico in tempi recenti, l’effetto è garantito. Scendere sotto questo portale dà l’idea di introdursi profondamente in un’epoca lontana quanto affascinante, in cui il buio conta quanto la luce, la geometria quanto lo scherzo. Le faccine che ci guardano dall’alto ma non troppo, ci minacciano? Ci proteggono? Ci istruiscono o ci raccontano storielle un po’ cretine?

Pontechianale: il portale di San Pietro in Vincoli

I portale di San Pietro in Vincoli a Pontechianale ha subito vicente complicate. Già ai tempi in cui adornava la chiesetta al centro del paesino (perché poi fu spostato), aveva misteriosamente perso le colonnine tonde che decoravano gli sguanci. Erano rimaste le basi e i capitelli; spariti i fusti.

Negli anni ’30 del novecento, si decise che il sito dell’antica borgata andava proprio bene per piazzarci un bacino idrico. Praticamente un lago artificiale con tanto di diga. Così, le case furono espropriate, gli abitanti furono trasferiti un po’ più in alto, e tutto fu sommerso senza nemmeno essere preventivamente demolito.

Il portale di San Pietro no. Quello, valeva la pena di metterlo in salvo. Fu smontato, ripulito e portato sulla facciata della nuova chiesa, quella in stile … boh! Romanico rimodernato? Littorio timido? Insomma, quella che sorge ai piedi del nuovo borgo.

Un altro bel portale tardoromanico, leggermente più giovane di quello di Chianale e leggermente più elaborato. Il modello è lo stesso: conci verdi alternati a conci bianchi, una fascia di capitelli con la loro cornicetta superiore, una chiusura superiore ad archetti con lunetta affrescata.

Le decorazioni sono forse un po’ più elaborate. I capitelli presentano un’alternanza di figure umane, animali e vegetali. Le cornici esibiscono motivi geometrici piuttosto evoluti: sinusoidi, piccole spirali, elementi chiaramente didascalici, e più in basso, una ghirlandina a piccolissimi fioroni.

Borgo Castello: una pausa

L’unico rifacimento barocco presente in val Varaita è quello della chiesetta di Borgo Castello, un sorprendente esempio di facciata interamente dipinta a tinte vivacissime e cornici in trompe l’oeil.

La tessitura narrativa della facciata è quella tipica delle chiese post-tridentine. Al centro la Vergine; ai lati i santi patroni della parrocchia e quelli più significativi per il luogo. La madonna è l’Assunta, patrona della diocesi di Saluzzo. A sinistra abbiamo Gesù che accompagna un santo della legione tebea (san Maurizio?); a destra san Sebastiano con san Giovanni Battista. Nel timpano un tenerissimo Padreterno tra angioletti, non alla stessa altezza degli altri personaggi.

Il finto marmo lascia un po’ a desiderare. Un po’ troppo chiassoso rispetto ai superbi modelli che si stavano sperimentando in pianura. Un po’ dialettali anche gli ornamenti floreali. Segno che il barocco, in val Varaita, non arrivò mai con molta convinzione. I grandi maestri non si disturbavano a venire fin quassù.

Casteldelfino: santa Margherita

La testimonianza più significativa del romanico della valle si trova a Casteldelfino, sul portale della chiesa di Santa Margherita., metà XV secolo.

Sembra strano che in pieno quattrocento si costruissero ancora chiese in modi romanici, ma è così. Il “rinascimento” a cui siamo abituati a pensare quasi automaticamente quando si parla del secolo di Leonardo, è in realtà un fenomeno tutto toscano e romano, al limite milanese. Non penetrò mai le Alpi e sicuramente non le scavalcò. In Europa si era affermato il gotico internazionale. Stile che diceva le stesse cose, l’amore per il progresso, per l’uomo e per la luce, ma le raccontava con modi lontani dal mito della classicità. E nelle nostre valli arrivavano artisti nordici, più che italiani.

Il modello di Casteldelfino è sempre lo stesso arco strombato, due colonnine per parte alternate a pilastrini retti, archetti che racchiudono una lunetta affrescata.

Un elemento nuovo è il riquadro in rilievo che racchiude il portale, quasi allusivo a un arco di trionfo. Perfetta l’alternanza tra pietra verde e bianca, memore delle esperienze liguri. Mirabile la sovrapposizione dei conci, coi larghi giunti profondamente stilati che aggiungono un ulteriore segno decorativo.

Particolare la chiusura superiore, con una serie di archetti senza nessun motivo strutturale, ciascuno concluso con un piccolo fiorone.

Un grande San Cristoforo

domina la parte sinistra della facciata. Merita due parole. Dipinto dai fratelli Biasacci, è un motivo ricorrente nel saluzzese. Sicuramente, la venerazione di questo santo rimanda alla vocazione della vallata: un luogo di passaggio. La leggenda aurea di San Cristoforo parla infatti di un uomo grande e grosso che, di mestiere, faceva il traghettatore. Si sarebbe convertito al cristianesimo in seguito a una specie di visione: un bambino gli si presentò chiedendogli di essere traghettato oltre un fiume e, alla fine, gli rivelò di essere il Cristo.

Si trovano raffigurazioni del santo forzuto, solitamente di dimensioni gigantesche, in molte chiese situate lungo strade importanti, specialmente quando il passaggio è, come nel nostro caso, piuttosto impervio.

Tornando al portale, è bello notare che le sommitali delle colonne (un po’ difficile parlare di capitelli, non abbiano perso di espressività. Si leggono bene figurine di arcangeli e di animali alternate a foglie d’acanto. Da queste pendono grappoli d’uva. Sulle testate, a destra palme, a sinistra segni geometrici di sapore esoterico: un pentacolo, una stella delle Alpi…

Il significato di tutte queste decorazioni rimane incerto. Testimonia però una religiosità ibrida, dove la dottrina cattolica procedeva intrecciandosi con elementi di cultura popolare pre-cristiana piuttosto persistenti.

Sampeyre: santi Pietro e Paolo

Il paesino di Sampeyre è il più grande della val Varaita. E anche la sua chiesa ha proporzioni maggiori.

La facciata, largamente rifatta nel tardo ottocento, conserva il rosono e il portale originari. Già citata nel 1386, è verosimile che la chiesa dei santi Pietro e Paolo fosse completata intorno alla metà del XV secolo. I cicli pittorici  che coprono gran parte dell’interno sono attribuiti agli stessi Biasacci già riscontrati a Casteldelfino.

Il portale ha una caratteristica peculiare: è firmato. L’autore è un certo Zebreri di Pagliero. Viene quindi da una frazione di San Damiano Macra, comune della valle successiva alla Val Varaita.

Vi notiamo un’ulteriore variazione rispetto ai precedenti: l’arco è completamente aperto. La porta non è sormontata da un architrave con lunetta ma prosegue in un sopraluce centinato.

Persiste il gusto ligure della pietra alternativamente verde e bianca, ma solo negli archetti. Tutto il resto è bianco, mentre la fascia decorativa dei capitelli e delle cornici è completamente verde. I fusti delle colonnine hanno una tinta a metà tra le altre due.

I soggetti raffigurati alla sommità dei piedritti sono questa volta completamente zoo-antropomorfi.

E’ un peccato che non si siano granché conservati perchè si intuisce una mano ingenua ma non priva di espressività. Faccine misteriose, non si sa se ridano o se piangano, se salutino accoglienti o respingano minacciose.

Rore: chiesa parrocchiale

La piccola chiesa della minuscola frazione di Rore, riserva un’interessante sorpresa: la data incisa sull’architrave del portale è la stessa della chiesa madre di Sampeyre: 1472.

Ma i caratteri della scritta, e quelli del portale stesso, sono pienamente gotici.

Segno che il passaggio da romanico a gotico non è affatto lineare. Ci fu un lungo periodo, soprattutto nelle architetture di provincia, in cui i due sistemi convissero traquillamente senza darsi disturbo. Operavano maestri “all’antica” che si spartivano il mercato con altri “alla moderna”. Non di rado essi si alternavano anche nello stesso edificio.

Sulla nostra facciatina si comincia a respirare l’aria del fondovalle. Sopra il portale a sesto acuto compare la “ghimberga”, alto timpano acutissimo che prosegue fino al rosone. E’ un elemento diffusissimo in piemonte, di gran moda nel passaggio tra il XIV e il XV secolo. Ne ritroveremo altre man mano che scenderemo verso la cattedrale di Saluzzo, e altre ancora più lontano: a Savigliano sul portale laterale di S. Michele, a Pinerolo sulla facciata del duomo, ad Avigliana in S. Giovanni, a sant’Antonio di Ranverso, a Susa in S. Francesco, a Torino in San Domenico, al duomo di Chieri, all’Assunta di Chivasso, ad Asti in San Secondo e in cattedrale, e ancora.

Nel nostro caso si tratta di un segno appena accennato: una semplice cornice in breve sporto rispetto al filo del muro, delineato da un profilo in pietra scura. Più di frequente, come vedremo, le ghimberghe erano realizzate in cotto riccamente decorato.

La strombatura presenta sempre un alternarsi di colonnine e pilastrini, ma il ritmo è più complesso. Tanto che i rampanti degli archi diventano più importanti in corrispondenza delle colonnine e più sottili in corrispondenza dei pilastri.

I capitelli abbandonano il consueto schema a testine antropomorfe ed assumono una forma più architettonica. Di lontano ricordo corinzio, sono decorati con complessi intrecci vegetali, quasi un campionario di fiori di complesso significato simbolico.

Brossasco

La chiesa di Sant’Andrea in Brossasco è un’ulteriore conferma di quanto detto sopra: costruita nel 1402, e dunque prima delle pievi romaniche già visitate, presenta però un singolare portale gotico flamboyant, rarissimo in Piemonte.

Sembra veramente venire da altrove, nel suo completo biancore, i pinnacoli slanciati, la cornice rettangolare, le nicchiette a baldacchino traforato. Ritroveremo qualcosa del genere solo a Saluzzo e particolarmente nelle architetture di interni, a Casa Cavassa o nella tomba del marchese Ludovico II in San Giovanni, che data però agli inizi del ‘500.

Tutti questi esempi testimoniano la penetrazione della cultura mitteleuropea, e particolarmente fiamminga, nel Piemonte di epoca rinascimentale.

Proprio a Saluzzo operò in questi anni e per diverso tempo l’olandese Hanz Clemer, divenuto abbastanza famoso per un’opera singolare quanto insolita. Nel 1493 fu mandato nello sperdutissimo borgo di Elva, in val Maira, per affrescare interamente le pareti e le volte della chiesetta parrocchiale. E vi lasciò una crocefissione veramente superba.

Rossana

Il più alto esempio di gotico della Val Varaita è senz’altro quello di Rossana. La facciata dell’Assunta, chiesa risalente al XIV secolo, fu rinnovata nel 1454. Siamo negli ultimi anni dello splendore della valle e, contemporaneamente, all’apoteosi.

La ghimberga in cotto affiancata da pinnacoli, sovrasta due coppie di colonne a tutto tondo. Al centro inquadra un occhio con ricca cornice e, sotto, il portale vero e proprio. Una festa di ricami fitoformi modellati nel mattone.

Qui si sono conservati anche i dipinti orginari della lunetta e dello stesso timpano.

A destra, compare di nuovo un gigantesco San Cristoforo. Altre pitture si leggono anche a sinistra, lasciando pensare che in origine, almeno nelle intenzioni, l’intera composizione dovesse essere affrescata.

Non è il massimo della correttezza architettonica: i pinnacoli singoli sopra colonne binate si potrebbero tranquillamente definire un errore, almeno dal punto di vista formale. Ma è bella nella sua bizzarria, nella prosopopea decorativa, nel calore squillante dei colori.

E affascina per la maestria che esibisce nella lavorazione del cotto: trecce, ghirlande, testine d’angelo si susseguono in schiere perfette, come se fossero state ritagliate con un cesello in un muro morbido come burro.

Verzuolo

Sul fondo valle, a Verzuolo, piange il cuore nel vedere la fine che ha fatto la facciata della vecchia parrocchiale.

Non era male. Modesta, con la sua piccola ghimberga in cotto, le cornici ad archetti intrecciati, e l’immancabile San Cristoforo.

Poi qualcuno cominciò a mozzare la ghimberga per inserire una finestra, salvo po ichiuderla  per colmo dello spregio. Qualcun altro si lasciò prendere da timori metereologici e aggiunse una tettoietta a metà altezza. Insomma, una gran brutta fine.

Si trattava già in origine di un’opera piuttosto stratificata. La fondazione della chiesa risale al XII secolo. Subì ampliamenti e rimordenamenti soprattutto nel ‘400, quando si realizzarono a più riprese le decorazioni di facciata. Poi fu continuamente rimaneggiata fino all’800. Oggi è quasi in stato di abbandono.

Merita una visita soprattutto per gli amanti del genere. Cioè per i più impallinati.

Saluzzo, cattedrale

Concludiamo il giro davanti alla cattedrale di Saluzzo, madre di tutte le chiese quattrocentesche del sud Piemonte.

La ghimberga, meno accentuata di quella di Rossana, impressiona però per le sue proporzioni gigantesche, ulteriormente sottolineate dai due pilastri laterali, totalmente privi di funzione strutturale, che fungono da piedistalli delle due grandi statue in cotto dedicate ai santi Pietro e Paolo.

Anche qui, una profusione di decorazioni in cotto a motivi fitoformi, inquadra un portale retto con lunetta tonda.

Singolare l’associazione tra timpano acutissimo e arco più tranquillo, a tutto sesto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *