Massimo Battaglio

Abitare la terra
Attualità e riflessioni

Una mole di luci

La Mole Antonelliana, per le feste di Natale 2018, è stata agghindata in modo talmente vistoso da far discutere. Non sono riuscito a trovare un’immagine che renda bene la quantità di luci intermittenti che le hanno sovrapposto. Perché ballano in fretta e non si riesce a fotografarle tutte accese. Nè ho provato a farlo di persona perché, essendo epilettico, non mi posso permettere di guardare questa danza frenetica di punti luminosi per più di pochi secondi. Dovrò dire alla sindaca di pensare anche a luminarie per epilettici.

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Lo so che sembrerò aristocratico

ma non m’interessa proprio niente se la maggior parte dei torinesi intervistati da La Stampa pensa che la Mole travestita da albero di Natale sia piacevole. Perché non è questione di “piacere”. E’ proprio il metodo, che non mi piace: trovo veramente imbarazzante che si ricorra al “sondaggio popolare” per giudicare ogni cosa, oggi un evento mondano, domani  l’efficacia dei vaccini. Democrazia non vuol dire seguire i gusti della maggioranza dei cittadini. Vuol dire piuttosto permettere a tutti i cittadini di eleggere rappresentanti che scelgano con gusto.
Il successo di pubblico è importante ma è solo uno degli elementi che concorrono a determinare la bontà di un’opera. Vale per le opere di ingegneria e per le scoperte scientifiche. Vale per il cinema e per la musica. E vale anche per l’arte.
Anche dietro l’arte c’è lavoro: un lavoro difficilissimo che richiede tempo, sapienza e fatica, come tutti gli altri lavori. E non sarà mai il parere dei passanti più o meno distratti, a decidere da solo se un’installazione artistica vada bene o no.

Ma allora la cultura popolare?

Sì, appunto: popolare. La cultura popolare è quella che nasce dal popolo; non quella fatta per incantare il popolo. Le luminarie sui balconi sono cultura popolare. E sono commoventi sempre. Sono gesti di civica gentilezza, oltre che di generosa espressione. Quelle sulla Mole Antonelliana no. Sono investimenti pubblicitari di grandi organizzazioni che se li possono permettere. Siano esse organizzazioni umanitarie o commerciali, hanno il dovere di fornirci prodotti non solo oggettivamente belli ma ineccepibili sotto il profilo tecnico e all’avanguardia sotto quello critico.

Si può abbellire il bello?

Penso che l’episodio dell’illuminazione natalizia della Mole 2018, innocente di per sè, ci possa far riflettere su diversi argomenti. Il primo è: chi siamo noi per credere di poter abbellire i monumenti, anzi, i capolavori del genio umano? Certi allestimenti (questo è solo l’ultimo e nemmeno il peggiore che si sia visto sul capolavoro di Antonelli) mi ricordano Al Bano quando cantò Va’ Pensiero in versione sincopata per renderlo un po’ più moderno. Visto che era impossibile il miracolo di adattare Al Bano a Verdi, qualcuno ebbe la geniale idea di adattare Verdi ad Al Bano. Risultato: quella che a Torino si chiama “figura del cioccolataio”.

Un altro precedente illustre che mi viene sempre in mente quando vedo luminarie e stendardi esagerati sui monumenti, sono le grandi scenografie che si montavano un tempo in Vaticano in occasione delle elezioni dei papi. San Pietro veniva sommersa di velluti e ori; nella Sistina si appendevano baldacchini serici che coprivano il Giudizio Universale. E il popolo era tenuto ad applaudire. Si era convinti che la plebe fosse così ignorante da aver bisogno di pompa. Più erano rossi i velluti, più l’oro luccicava, più si era invogliati al necessario applauso. Ecco: non è questo il concetto che abbiamo oggi di popolo. Cultura per il popolo vuol dire Michelangelo per tutti e Beethoven in piazza; non led addosso ad Antonelli e Sfera Ebbasta al Teatro Regio.

Senza Titolo-1

E’ giusto “usare” le grandi opere d’arte?

Le luci di questo Natale sono il meno. Ma aprono finalmente un dibattito, spero serio, su una serie infinita di altri episodi in cui si sono usati i grandi monumenti unicamente come “supporto” per gli allestimenti più stravaganti. Proprio sulla Mole, una volta è comparso lo scudetto della Juve e un’altra quello del Toro. Abbiamo visto materializzarsi il logo della Fiat e la bandiera del Mali. Sulla Cupola della Sindone, abbiamo assistito a giochi di luci colorate improbabili che non esibivano altro se non la bravura tecnologica di chi le aveva allestite. Altre facciate importanti sono ormai costantemente soffocate da scritte di grandi sponsor. Nessuno pensa che forse, di fronte a un capolavoro, la cosa migliore è una bella luce neutra che ci faccia godere meglio il capolavoro stesso?

Abbiamo un grande affetto per la Mole, e va bene, ma mi sa che troppa confidenza ammazza la riverenza.

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