Massimo Battaglio

Abitare la terra
Attualità e riflessioni

Perché critico tanto i geometri

Dopo la notizia della nomina di un geometra

Alberto Bertagna, purché leghista, nel cda dell’Istituto Tumori, credo doveroso riproporre un mio vecchio articolo: “perché critico tanto i geometri” Questioni corporative? Neanche per sogno. Puro buon senso.
Intanto restringiamo il campo: io non critico tutti i geometri. Critico solo quelli che si lanciano a fare cose per le quali non sono all’altezza. Aborro quelli che si lanciano in consigli di amministrazione di aziende pubbliche. Polemizzo con quelli che si danno alla progettazione e giocano al piccolo architetto. Detesto quelli che vivono nella nostalgica convinzione che sia ancora possibile la figura mitologica del buon capomastro di una volta. Metto in guardia contro chi, tra una pratica catastale e un rilievo topografico, trova anche il tempo per disegnare la casa di madamin Pautasso “proprio come la voleva lei, nè”.

Li critico veramente, e con livore

un livore di cui neanche mi pento. Perché? Perché l’architettura, la città, il paesaggio e lo stesso abitare sono temi troppo importanti per essere così mortificati.
“Ma le abbiamo sempre fatte”, diranno loro sapendo che non è vero. Ciò che è vero è che in Italia (e solo in Italia) vige ancora una legge fascista di fine anni ‘20. Erano anni in cui mezza penisola era analfabeta e c’era gran carenza di ingegneri e architetti. Tale legge concesse ai geometri di dedicarsi, oltre che alle materie in cui sono forti perché le hanno studiate, anche alla progettazione architettonica. Bastava che si trattasse di “edifici civili di modesta entità”. Ma tanto per cominciare, in quegli anni iniziava l’inurbamento, che sarebbe durato fino a tutti i sessanta. Si costruiva quasi solo in città. Si innalzavano casermoni che a nessun geometra veniva in mente di concepire.

Gli edifici “di modesta entità” di allora, non si portano più.

All’epoca, la “modesta entità” non era tanto nella dimensione ma nel “tipo” di casa. Si usavano ancora strutture in muratura portante con solai su putrelle che non richiedevano nessun calcolo. Abitavamo in alloggi fatti da quattro stanzette letteralmente in croce, un cesso sul balcone, la stufa a legna e una lampadina per stanza quando andava di lusso. Questa era la modesta entità. Era un argomento che, effettivamente, qualunque geometra era in grado di dominare. Magari concedendosi anche il piacere e il tempo di disegnare qualche cornice, qualche inferriata, qualche ornamento semplice ma di buon gusto, copiato senza pretese dai manuali predisposti dai professori di ornato dell’accademia.
Oggi, le competenze anche solo normative e tecnologiche che servono per progettare la più semplice delle case, sono tali da distrarre anche il miglior tecnico laureato dal dovere della bellezza. Figurarsi come si può trovare chi ha mollato gli studi dopo cinque anni, dei quali due identici a quelli del corso per perito meccanico o per corrispondenti in lingue estere.

La competenza non sgorga naturale dalla matita degli eletti!

E la bellezza nemmeno: richiede tempo, pazienza e applicazione. La bellezza, intesa anche come comodità e durevolezza, richiede un allenamento di anni. Anni passati a coltivare solo quello. A fare ipotesi di progetto, portarle timidamente a un docente che le massacra, mandare giù un cucchiaio di purga e ricominciare da capo. E poi un altro progetto magari più complicato, un altro ancora e via via così finché si arriva alla laurea in architettura.
Attenzione: nei corsi di progettazione della facoltà di architettura, non vale puntare al diciotto. Si fa e si rifà finché si arriva a dare il massimo di se stessi.

Così era ai miei tempi:

composizione architettonica 1°. Poi architettura d’interni, composizione architettonica 2°, teoria dei modelli per la progettazione. Quindi progettazione architettonica 1°, teoria e tecniche per la progettazione, progettazione architettonica 2°. Poi ancora progettazione urbanistica, design, restauro. E storia: antica, medioevale, moderna, contemporanea e dell’urbanistica. Ma anche tecnologia 1°e 2° e fisica tecnica, statica, scienza delle costruzioni, tecnica delle costruzioni e consolidamento strutturale. E urbanistica, sociologia, estimo, oltre a disegno, geometria e tanto altro. Per progettare una città o un cucchiaio, serve tutta questa roba. Altrimenti è garantito: saranno una brutta città e un brutto cucchiaio.

E la bruttezza,

al contrario della bellezza che qualcuno vuole soggettiva, è di un’oggettività sconfortante! Non vale pensare di una roba brutta, che “però è funzionale”. Funzionale a che? Una villetta che ti fa venire la depressione, non è funzionale a niente, tranne che alle case farmaceutiche!
E una matassa storcigliata di villette che, in tutta la loro “modesta entità”, si dispiegano da Bardonecchia a Mestre senza interruzioni se non per le stazioni di benzina (perché è questa la Padania, grazie alla lobby del cemento e agli assessori di centrodestra), non ha nessuna scusa per sgattaiolare sul “però è funzionale”. Il più grande e vero ecomostro che deturpa l’ex Bel Paese, con l’aggravante di non essere nemmeno voluto. E’ venuto così, grazie alla compiacenza dei progettisti che per il 90% sono per l’appunto geometri.
Che snob che sono eh? Sto insultando tanti poveri bravi lavoratori che non hanno avuto la fortuna di andare all’università.

Eh no cari colleghi. Non sono più quei tempi, vivaddìo!

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando l’università era un’impenetrabile riserva per figli dei ricchi. Allora era vero: tante menti valide restavano indietro per questioni di censo – e infatti esistevano tanti bravissimi geometri e altrettanti meravigliosi muratori, estrosi nella loro umiltà, che avrebbero meritato di meglio ma non era possibile. Oggi quell’ingiustizia è stata debellata; chi ha passione per lo studio, può. Per qualcuno come me, figlio di operai che non potevano incoraggiare più di tanto, sarà un po’ più dura; per altri sarà più facile. Ma chi non prosegue gli studi dopo le medie, lo fa essenzialmente per due ragioni: o si sente portato per lavori che non richiedono una formazione superiore, o non ha voglia.

In archiettura,

entrambe queste ragioni non valgono: la voglia ci vuole. Anzi, a volte ci vuole una voglia titanica, perché i nostri committenti danno sempre meno valore al nostro lavoro e in genere alla nostra arte. E la formazione universitaria ci vuole ancora di più, per i motivi sopra elencati.

Ma ci sono altre ragioni

che mi fanno avere tanto in uggia i geometri liberi professionisti e quelli che si lanciano nell’amministrazione di aziende pubbliche.
La prima è proprio nella natura della “libera professione”. Quella del geometra è rimasta l’ultima “professione” che possa essere esercitata liberamente senza adeguati studi superiori. Non è più così per le maestre, per gli infermieri, per gli educatori e per i giornalisti. Si vede che in Italia reputiamo che una casa sia meno importante di un’iniezione o di un articolo su un quotidiano.

La seconda è che conosco bene

il corso di studi dei geometri e soprattutto l’ambiente in cui vengono formati: l’ho frequentato anch’io. E posso testimoniare che quel leggendario Istituto Tecnico in cui si istruivano i geometri di paese dell’anteguerra, non c’è più da decenni. Per la stessa ragione socio-economica a cui accennavo sopra: in un tempo in cui tutti posso accedere al liceo (grazie a Dio e alle lotte del movimento operaio), coloro che non lo fanno hanno quasi sempre meno passione per lo studio.

L’Istituto per Geometri di oggi

è una comunità “basta che sia”, popolata da furbacchioni che cercano di combattere contro programmi didattici che prevedono di “approfondire” un po’ di tutto; dove alla progettazione architettonica si dedica circa quattro ore settimanali del secondo quadrimestre del quarto anno e altre quattro del primo quadrimestre del quinto. Un apprendistato scolastico assolutamente insufficiente per far scaturire l’anima del progettista. In questo quadro, affidare a un geometra una professione liberale delicatissima come quella della progettazione architettonica diventa socialmente rischiosissimo.

In ultimo, sono stufo di luoghi comuni:

“ci sono tanti architetti che sono peggio dei geometri” o “l’università non serve a niente”. Perché sarà anche vero, così come ci sono tanti politici corrotti, avvocati senza scrupoli e idraulici disonesti. Ma questo non vuol dire che esistano automaticamente geometri in grado di concepire qualcosa di più che tristi baracchette. Se mai sono esistiti – e ho l’impressione che gli ultimi siano andati in pensione da un pezzo – è stato per pura combinazione. E il diritto ad abitare non può essere affidato alla combinazione.

Quanto all’università che “non serve a niente”,

sinceramente, almeno per una questione di buona educazione, lo lascerei eventualmente dire a chi l’ha frequentata.

1 Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *